mercoledì 12 marzo 2025

Protect Me - Terzo capitolo

 3. FLEUR



“Questa non sono io” è l’unica cosa che penso quando vedo il mio riflesso allo specchio.
I miei vestiti vintage o color pastello sono stati sostituiti da un vestito cortissimo color antracite, con disegni glitterati che mi scorrono sulla schiena coperta solo da uno strato di tulle.
Anche il mio make up sempre molto leggero e naturale è stato cancellato per dare spazio a matita nera, eyeliner, altri glitter e un rossetto color prugna.
«Lo smokey eyes fa risaltare il verde dei tuoi occhi. Dovresti ringraziarmi», s’indispettisce Piper di fronte alle mie titubanze. «E questo vestito è perfetto per scoprire quelle gambe lunghe e perfette che hai.»
«Io non mi sento molto a mio agio, ecco.»
«Ci farai presto l’abitudine», conclude, infilandomi delle scarpe con un tacco a spillo vertiginoso e infine prendendomi per un braccio per trascinarmi fuori dalla stanza.
Appena mio padre mi vede, rimane a bocca aperta.
“Ti prego, papà, intervieni e dille che non posso uscire così”.
«Divertitevi», bofonchia a malapena mio padre, distogliendo lo sguardo come se non riuscisse più a sopportare la vista di ciò che ha davanti.
È evidente che stia facendo uno sforzo non indifferente per non sembrare un genitore troppo oppressivo e autoritario. Anni a sopportare le pazzie di Declan l’hanno ammorbidito. Del resto, è sempre stato contrario ai favoritismi e non può rompermi le scatole alla prima follia, quando ha chiuso un occhio più volte con mio fratello.
Proprio in quel momento suona un clacson e Piper mi deve quasi prendere con la forza per uscire di casa e andare verso la Prius blu piena di ammaccature dei suoi amici.
«Ti presento Chris, Santiago e Lola! Lei è Fleur, mia cugina», esclama Piper, entrando in macchina.
Chris è alla guida. Biondo con gli occhi color nocciola, è molto carino e da come saluta Piper comprendo che c’è qualcosa tra loro, anche se poi da come mi squadra da capo a piedi ho la sensazione di rischiare di finire in un triangolo amoroso.
Piper si siede accanto a Chris davanti e io mi ritrovo in mezzo a quelli che comprendo essere due fratelli di origine ispanica: Santiago e Lola. Entrambi mori, dal look appariscente e dal sorriso contagioso.
Sono tutti simpatici e il tragitto fino alla festa di un certo Jeremiah Adler è lungo e piacevole.
Lola è la regina degli aneddoti e dei pettegolezzi. Per tutto il tempo non smette di sparlare e di raccontare di come una certa Claire abbia perso la verginità o di come Glenda sia tornata con la faccia ustionata dal sole messicano o della tresca tra il giardiniere e la bellissima Leah, che ora non può più uscire di casa dopo essere stata scoperta dai genitori a pomiciare in giardino con la sua nuova conquista di quindici anni più grande di lei. Si sta già parlando di una causa penale per abuso su minore.
Non ho la più pallida idea di chi siano queste persone, ma Piper mi spiega che si tratta delle nostre compagne di scuola e che rimanere informate sui fatti è essenziale per capire dove gira il vento e a chi affidarsi in caso di necessità.
«Claire è la figlia del pastore. Se si scopre che non è più vergine, ne verrebbe fuori uno scandalo. Questa notizia ti apre la porta a tutti i suoi appunti senza sborsare un dollaro», mi spiega mia cugina con leggerezza.
«Questo è ricatto.»
«È più uno scambio di favori: io non dico a tuo padre che ti scopi qualcuno e tu mi passi tutti gli appunti di biologia. Facile, no? Piuttosto, dobbiamo darci da fare per scoprire l’identità del ragazzo.»
«In realtà la so già», sussurra in imbarazzo Lola, guardandomi di sfuggita.
«È Declan», comprendo irritata. «Ora intendete ricattare anche lui?»
«A lui non gliene frega nulla della sua reputazione e tantomeno di quella degli altri. Lui e Reed vivono secondo il motto Carpe Diem. Cogli l’attimo e poi… chissà!»
Reed? Ripenso alle foto e ai video di Declan sui social. Spesso compare questo suo amico, Reed Kalechi.
So che fanno parte della stessa squadra: Declan attaccante e Reed centrocampista, ma non so altro.
Quando i nostri genitori hanno divorziato, ci eravamo appena iscritti al primo anno di liceo, alla Galard High School.
Io mi ero trasferita dopo appena un mese nel Kentucky con la mamma, mentre Declan era rimasto lì per un anno, poi era stato espulso a causa del suo comportamento e si era iscritto alla Saint James High School.
Mentre ho ancora qualche conoscenza del primo liceo, non conosco nessuno di questo secondo istituto.
Le uniche mie fonti sulla vita di mio fratello e il suo liceo sono le immagini che posta sui social.
Quasi tutte le foto rappresentano partite di calcio e feste con gli amici. Non posta mai nessuna ragazza, ma viene taggato spesso da quest’ultime. Tuttavia non ho mai visto un suo commento o like sui post pubblicati da loro, ma solo da altre persone amanti del calcio.
Pertanto conosco ogni giocatore di calcio del liceo ma nient’altro.
Reed è quello che compare più spesso nelle foto, perché è presente sia in campo che nelle feste, ma non ho mai osato fare osservazioni o mettere più di un semplice like ai contenuti di mio fratello.
I complimenti o le vere conversazioni avvengono lontano da Instagram e TikTok. Preferiamo email e telefonate quando si tratta della famiglia.
Quando arriviamo alla villa di questo Jeremiah Adler, sono di cattivo umore.
Il pensiero che questa Claire possa mettere nei casini mio fratello, mi atterrisce.
Quest’anno Declan ha solo un compito: vincere il campionato, farsi notare da qualche agente e prendere una borsa di studio per il college.
I nostri genitori hanno i soldi per mandare all’università solo uno dei due, ma se uno di noi riesce ad accaparrarsi una ricca borsa di studio, può dare l’opportunità di andare al college anche all’altro.
Da quando ho mollato danza, le mie possibilità sono calate drasticamente.
Ho una mente brillante e vado benissimo a scuola, potrei fare domanda anche per qualche università di spicco, ma senza i soldi non posso andare da nessuna parte e non voglio impiccare i nostri genitori con un prestito studentesco assurdo.
Scendo dall’auto e dico subito a Piper che voglio parlare con Declan.
«Lui arriva sempre un’ora dopo, quando la temperatura si scalda, non so se capisci cosa intendo», mi risponde, facendomi un seducente occhiolino d’intesa.
«Beh, per una volta spero riesca a tenerlo nei pantaloni», mi arrabbio.
Piper scoppia a ridere divertita. «Perché intanto non pensi a divertirti e basta? Il tempo per mettere la cintura di castità a tuo fratello può aspettare.»
Alla fine mi arrendo e mi lascio trascinare al centro della villa, dove c’è un’improvvisata pista da ballo.
Lola ci porta da bere delle birre che rifiuto.
Alle feste ho delle regole rigide: bere solo se ho aperto io stessa la bottiglia e assumere alcol solo in piccole dosi e solo in presenza di persone fidate. Piper è su di giri e i suoi amici sono degli estranei per me, quindi vado verso la cucina e in frigo trovo una lattina integra di Pepsi. Me ne verso un po’ in un bicchiere e torno da mia cugina.
Vengo di nuovo travolta da una montagna di nomi e facce che Piper cerca di farmi imparare, ma con scarsi risultati. Il casino è infernale e non mi permette di concentrarmi. In più le luci sono basse e non vedo bene.
Per fortuna arriva in mio soccorso della musica che conosco e in un attimo comincio a ballare, sentendo sempre quella piccola fitta di dolore per il mio sogno infranto.
Non potrò più fare danza classica, ma posso godermi uno stupido balletto hip hop.
Piper e Lola sono scatenate e Santiago e Chris si dividono fra noi tre.
«Ci manca un accompagnatore», comprende Piper che è stufa di vedere Chris che balla con me, lasciandola sola.
«Ci penso io.» Una voce calda e profonda mi soffia nell’orecchio.
Mi volto e vedo un ragazzo alto, biondo, con gli occhi azzurri, che mi sorride.
Indossa dei pantaloni eleganti e una polo. È l’unico a indossare un outfit da picnic piuttosto che da discoteca.
«Piacere, mi chiamo Fleur», mi presento, porgendogli la mano.
«Jeremiah Adler», mi risponde, facendomi fare una piroetta.
«Sei il proprietario di questa casa!»
«Sì e sono anche il presidente del Consiglio Studentesco. Ti piace la mia festa?», mi chiede, continuando a ballare con grazia. Sono sicura che abbia preso lezioni di ballo, anche se è troppo compostato e tecnico per diventare un vero ballerino.
«Sì, molto», rispondo, affascinata dai suoi modi raffinati.
Guardo Piper che mi fa l’occhiolino.
Balliamo a lungo e una volta sfiniti, ci sediamo su un divanetto a chiacchierare.
Jeremiah mi racconta del suo impegno di presidente e di come lo prenda sul serio, anche se a me non sfugge la sua brama di potere che quel ruolo soddisfa.
Mi riempie anche di domande, ma rimango sul vago, perché non voglio essere etichettata come la sorella di Declan Williams, ma come Fleur, entità indipendente da mio fratello.
Jeremiah sembra molto interessato a me e in più occasioni si avvicina, mi sfiora, mi sussurra all’orecchio…
Stiamo palesemente flirtando e non so se mi piace.
Dopo Pete non ho avuto altri ragazzi e prima di lui nemmeno, perché all’epoca esisteva solo la danza per me.
«Riprendiamo a ballare?», mi chiede Jeremiah, ad un certo punto.
Annuisco entusiasta e mi alzo.
Lo seguo, ma invece di andare verso la pista, rimane ai margini, accanto alla scala che porta al piano superiore.
Questa volta il ballo si fa più sensuale, strusciante e ammiccante.
Lo assecondo, adeguandomi alle sue movenze.
«Che ne dici se andiamo di sopra?», mi sussurra così vicino da sfiorarmi la guancia con la sua. Prima di staccarsi, mi bacia il collo.
Questo gesto mi fa sussultare.
È come se si fosse aperta una porta. Una soglia che porta quel semplice flirt a un livello superiore e più fisico.
Jeremiah mi piace, ma non lo conosco. Sono davvero disposta a varcare quella porta?
Una parte di me vuole lasciarsi andare senza pensarci, mentre l’altra desidera fare le cose con calma.
Il rischio di finire nella stessa situazione imbarazzante con cui sono finita con Pete è un ottimo deterrente.
Mi blocco, proprio mentre Jeremiah mi prende la mano e mi porta di sopra.
Sto per salire il secondo gradino, quando decido di dare un freno a Jeremiah.
«Preferirei rimanere qua sotto.»
«Sopra è più tranquillo. Possiamo chiacchierare con calma senza questo casino.»
«Lo so, ma…»
«Dai, Fleur, guarda che non ti mangio mica», ridacchia, continuando a tirarmi.
«No. Non voglio», esclamo un po’ in ansia. Jeremiah non sta dando segni di cedimento e la mia mano stretta nella sua mi fa quasi male.
Quando provo a opporre resistenza senza riuscirci, mi spavento per davvero.
Mi guardo intorno in cerca di aiuto.
Dove sono Piper e i suoi amici? Non li trovo!
Sono così disperata che sono quasi tentata di farmi aiutare dal primo che mi capita a tiro, quando scorgo dei ragazzi che ho visto spesso nelle foto di Declan sui social, vestiti con la divisa da calciatore.
Sono poco lontani dalla scala.
Ripenso ai loro nomi e alle loro facce, ma l’unico che ricordo bene è Reed Kalechi, quello più presente su Instagram con Declan.
È un po’ girato di schiena ma lo riconosco subito.
Con uno strattone, riesco a sporgermi dal corrimano e a toccargli la schiena.
Sta bevendo e ridendo con i suoi compagni di squadra, ma appena si sente toccare, si volta.
Sorrido grata per essere riuscita ad attirare la sua attenzione.
Rimane a fissarmi a bocca aperta. Sembra incredulo e affascinato da quella ragazza che gli sta sorridendo felice come non mai, ma che lui non sa nemmeno chi sia.
Sorrido a quel pensiero, ma Jeremiah mi trascina nuovamente.
Mi spavento.
«Reed, ti prego, aiutami», riesco a dirgli prima di scomparire al piano di sopra.
«Conosci Reed?», mi domanda Jeremiah.
«Sì, lui è il migliore am…», sto per dire, decisa a spaventarlo al pensiero che sta molestando la sorella di Declan Williams, quando lui mi bacia.
Serro le labbra e la sua mano si piazza sulla mia mascella, premendo per farmi aprire la bocca.
Provo a colpirlo, ma presto m’intrappola i polsi, spingendomi dentro una stanza, la sua camera da letto.
Sta per richiudere la porta, quando qualcuno ci dà un colpo così forte, da far perdere l’equilibrio anche al ragazzo.
«Che cazzo succede qui?» È Reed. Mi viene quasi da piangere per il sollievo. Anche se non mi conosce, ha risposto alla mia richiesta di aiuto. Gli sarò eternamente grata.
«Levati dai piedi, Kalechi!», s’infuria Jeremiah.
«Ti sta dando fastidio?» Reed ha occhi solo per me e sta cercando di capire se è arrivato in tempo.
«Sì», asserisco decisa.
«Che cazzo volevi farle, eh, molestatore di merda?», lo aggredisce, colpendolo allo stomaco con un pugno preciso e ben piazzato.
A differenza di Jeremiah, Reed è uno sportivo e dal fisico muscoloso e potente, è ovvio che sia ben allenato.
Jeremiah crolla per terra.
«Io ti denuncio», mormora Adler dolorante, inviando uno sguardo omicida a Reed.
«Tu provaci e io denuncio te per tentato stupro! E se non bastasse, lo dirò a tutta la scuola domani!», m’intrometto furiosa. Non avrei mai permesso di far finire nei casini il mio salvatore. Inoltre lui è il migliore amico di Declan e sono sicura che un gesto simile avrebbe avuto delle ripercussioni anche su mio fratello.
Le mie parole hanno l’effetto desiderato perché Jeremiah scappa dalla stanza.


Rimasti soli, Reed si avvicina a me.
«Ehi, tutto bene?», mi domanda preoccupato.
«Bene, grazie a te. Non so come ringraziarti.» Ora che il pericolo è passato, riprendo a respirare e a soffermarmi meglio sul mio salvatore e sui suoi stupendi occhi azzurri così chiari da sembrare acqua cristallina di montagna.
«Se dovesse tornare a darti fastidio, fammelo sapere, ok? Lo spedisco dritto in ospedale quello stronzo.»
«Dovresti evitare risse e colpi di testa. Quest’anno ci saranno i selezionatori a tenerti d’occhio. L’anno scorso sei stato nominato Migliore Centrocampista di calcio e le possibilità di ottenere una borsa di studio e di essere preso in una delle più grandi squadre di calcio del paese è altissima», mi ritrovo a fargli la ramanzina come se fosse mio fratello.
Reed scoppia a ridere. La sua risata mi fa battere il cuore ancora più forte, creandomi un’esplosione di farfalle per tutto il corpo. Cavolo, sono arrivata a Richmond da meno di ventiquattro ore e già mi sento alle prese con la mia prima cotta!
E che cotta!
Mi sento una caldarrosta bruciacchiata da quegli occhi meravigliosi e magnetici che mi fissano allegri e curiosi.
«Wow! Sai tutto di me e sai anche già quale sarà il mio futuro?»
«Più o meno», sorrido in imbarazzo.
«È strano… Io non ti conosco nemmeno e non credo di averti mai vista prima, anche se i tuoi occhi… Come ti chiami?», mi chiede avvicinandosi di più e prendendomi una ciocca di capelli che mi ricade sul viso. Le sue dita mi sfiorano la guancia mentre mi porta il ciuffo ribelle dietro l’orecchio.
È solo un semplicissimo gesto ma mi sento andare a fuoco e vorrei strusciarmi contro la sua mano come una gattina che fa le fusa.
«Fleur.»
«Fleur», ripete con una voce tanto dolce e suadente da rendere il mio nome ancora più bello e inebriante.
“Ripeti il mio nome e sarò tua per sempre”, vorrei dirgli ma riesco a stare zitta e a mettere a cuccia quello sfarfallio amoroso che mi fa vibrare il cuore.
«Eri sugli spalti all’ultima partita del campionato l’anno scorso?»
«Non ho mai visto una vostra partita dal vivo ma sono una fan della tua squadra. Tu e Declan siete i migliori!»
«Grazie», sussurra con un sorriso sincero e contagioso.
Non riesco a dire una parola. Sono completamente in bambola, in adorazione di quella bocca carnosa che mi sorride e che vorrei solo baciare.
Rimaniamo un attimo vicini, a guardarci e a sorriderci.
Sento che tra noi c’è una sintonia incredibile e unica.
È come se il tempo si fosse cristallizzato e desidero che quel momento non finisca mai.
Reed è affascinante, ma non solo. Ha una qualche aura speciale, che mi fa sentire bella e protetta.
Se non fossi appena stata vittima di una molestia, sono sicura che Reed mi avrebbe già baciata e io avrei accolto quel bacio volentieri, stringendolo a me e infilando le dita tra i suoi capelli castani, lievemente ondulati, con alcune ciocche lunghe che gli ricadono sul viso.
Vorrei anch’io toccargliele e scostargliele dal viso.
Sto per farlo.
La mia mano sfiora il suo viso e i suoi capelli, quando all’improvviso il rumore fuori dalla stanza aumenta e ci distrae, rompendo quella magia.
È arrivata altra gente e c’è il delirio.
«Vuoi che ti riporto a casa? O preferisci restare? Però in tal caso, stai attenta e stammi vicina, ok? Adler non è l’unico lupo cattivo della festa.»
Sto per ribattere, quando sento delle urla di incitamento provenire dal piano di sotto.
«Williams, mi aspetto un’altra coppa quest’anno!»
«Declan, sei un grande!»
«Capitano, oh mio capitano! Portaci un’altra vittoria!»
«Cazzo!», mi spavento. Se Declan scopre ciò che è appena successo… Oh, mio Dio!
«Tutto bene?», si preoccupa Reed, posandomi delicatamente una mano sulla spalla.
«È… è arrivato mio fratello. Ti prego, non dirgli ciò che è successo con Jeremiah… Declan è… è complicato.»
«Tu sei pulcino?», comprende Reed incredulo, intensificando la stretta sulla mia spalla.
Leggo smarrimento nei suoi occhi, ma anche rammarico, tristezza, come se avesse appena perso qualcosa a cui teneva molto.
Poi tutto cambia.
Il suo sguardo diventa granitico, il suo viso teso dalla rabbia e la sua voce dolce e simpatica diventa roca e graffiante.
È come se avessi appena messo il piede in una fossa e stessi precipitando.
Mi allungo per afferrare il mio salvatore, ma di colpo scopro che non c’è più e che al suo posto, trovo un terribile predatore.
«Non dirò nulla, se prometti che d’ora in poi righerai dritto», mi minaccia feroce.
Il mio cuore va in frantumi.
Deglutisco a vuoto.
Dov’è finito il Reed affascinante e gentile di prima?
Si scosta da me come se fossi radioattiva.
Provo a riavvicinarmi, dispiaciuta per quel cambio d’umore.
«Reed», lo chiamo dolcemente. Ho assolutamente bisogno di sapere cos’è successo. Ho sbagliato qualcosa? È per Declan? Oppure Reed è una brutta persona?
Mi sento annaspare mentre affogo in quel mare di domande.
Allungo la mano verso di lui, ma Reed la scaccia via irritato.
«Vattene via subito se non vuoi finire nelle mani di un lupo ancora più cattivo.»
Sussulto. Davvero tra lui e Jeremiah, quest’ultimo sarebbe il male minore?
Il gelo che leggo nei suoi occhi impenetrabili mi fa rabbrividire.
«Ok, grazie comunque per…»
«Vai subito da Declan e fatti portare a casa. Quando uscirò di qua, non ti voglio vedere, altrimenti racconterò tutto a tuo fratello.»
Con il cuore a pezzi per quel fiore appena sbocciato e che Reed aveva fatto a pezzi in un attimo, esco dalla stanza.
Aver accettato di andare a quella festa è stata una leggerezza che sto pagando a caro prezzo.
Aver flirtato con Jeremiah è stato uno sbaglio.
Aver permesso al mio cuore di innamorarsi di Reed, anche se solo per un attimo, è stato l’errore più grande.
Quando arrivo al piano di sotto, Declan è accanto alle scale, vicino ai suoi compagni.
In un attimo il suo sguardo si posa su di me e appena mi riconosce, esplode in un ruggito.


«Cosa cazzo ci fai qui? Come ti sei conciata?», mi aggredisce subito.
«Ti prego, Declan, non è il momento.»
«Ti prego, un cazzo! Adesso tu torni a casa e spiegherai a nostro padre che cazzo ti è preso. Avevamo detto niente feste!»
«Piper ha insistito e papà ha ceduto, ma non mi sto divertendo molto. Possiamo andare a casa, per favore?»
Declan non se lo fa ripetere due volte. Mi afferra per un braccio e mi trascina verso la sua Camaro, nonostante le proteste dei suoi amici.
Mi volto un’ultima volta e vedo Reed sulle scale.
Mi sta fissando, ma non riesco a capire se nel suo sguardo c’è più rabbia o dolore.
“Reed, sei davvero il lupo più cattivo oppure sei solo un ragazzo che si stava prendendo una cotta per l’unica persona che il tuo migliore amico ha reso off limits?”, penso, sentendo una fitta al petto.

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Protect Me - Secondo capitolo

 2. FLEUR



A cena andiamo a mangiare dalla zia Shayla, la sorella gemella di mio padre.
Con mia grande sorpresa, scopro che da quando i miei zii hanno divorziato due anni fa, mia zia si è di nuovo riavvicinata molto a suo fratello e ora spesso si prendono cura l’una dell’altro.
Mia zia prepara sovente la cena per sé, per sua figlia Piper e per mio padre e Declan, mentre mio padre si occupa della manutenzione della casa di sua sorella o di Piper, quando lei è in servizio.
Mi commuovo quando noto che mia zia si è impegnata a preparare anche cibi vegetariani. Non sapevo nemmeno che sapesse che sono diventata vegana da un anno.
«È così bello riaverti con noi! Quando tuo padre ha saputo che saresti tornata a vivere con lui, non stava più fermo dall’emozione», mi racconta mia zia, abbracciandomi affettuosamente.
«Dov’è Piper?», domando, notando l’assenza di mia cugina.
«Ho smesso di farmi questa domanda tanto tempo fa», sbuffa irritata.
Come se avesse sentito che stavamo parlando di lei, Piper entra come un tornado in casa.
«Scusate per il ritardo. Ero a studiare da Lola e ho perso la cognizione del tempo!», esclama, correndo verso di me per abbracciarmi. «Fleur! Che bello che sei tornata! Vedrai che ci divertiremo! Stasera c’è una mega festa e…»
«Vai a cambiarti, o meglio, vai a indossare un indumento normale e che copra almeno il 50% del tuo corpo, invece di un misero 5%», s’intromette sua madre, squadrandola con disapprovazione.
Guardo Piper. È da anni che non passiamo del tempo insieme alle nostre famiglie, ed è la prima volta che la vedo vestita in questo modo: ha una canotta così striminzita da sembrare un reggiseno sportivo di pizzo, e una minigonna così corta da essere scandalosa.
Anche il trucco è calcato sul viso e suoi occhi marroni sono appena visibili. Di tutta la famiglia, lei è l’unica ad avere occhi non verdi e so che questa cosa l’ha sempre patita.
Sorrido divertita. Non mi sono mai vestita in questo modo e se ci avessi provato, mia madre mi avrebbe rinchiusa in casa fino al diploma.
«Che palle, mamma!»
«Muoviti, Piper!»
La figlia ubbidisce e corre in camera sua a mettersi dei pantaloncini sportivi molto comodi e una semplice t-shirt.
Sto ancora pensando al suo look e a cosa intendesse con la parola divertimento, quando noto Declan sporgersi verso di me e parlarmi all’orecchio.
«Regola numero uno: guai a te se osi vestirti in quel modo.»
«Perché?», lo provoco, ma l’occhiata omicida che mi rifila è abbastanza eloquente.
«Regola numero due: niente feste.»
«Queste regole valgono anche per te?»
«No, io sono il capitano della squadra di calcio e non posso essere assente a certe feste.»
«Pensavo avessi già diffuso un comunicato stampa in cui avessi dichiarato che nessun ragazzo potesse avvicinarsi a me nel raggio di cento metri.»
«Duecento metri, per l’esattezza. L’ho fatto, ma i coglioni, che ci provano, ci sono sempre, soprattutto se ubriachi e su di giri a una festa.»
«Dai, Declan, fidati di me. Non faccio cazzate come te.»
Il suo sguardo s’incupisce ancora di più. «Niente feste.»
«Nemmeno se vado con Piper?»
«Soprattutto con lei. Piper non è affidabile.»
«Parla per te, brutto stronzo!» Arriva nostra cugina, sedendosi vicino a me. Ha sentito le parole di Declan ed è incavolata.
«Niente feste per Fleur, finché sarò sicuro che nessuno farà lo scemo con lei.»
«Deve venire assolutamente alla festa di stasera. È una sorta di inaugurazione del nuovo anno scolastico. Ci saranno tutti! È la sua occasione per fare amicizie e non partire domani svantaggiata.»
«Ho detto di no.»
«Zio, posso portare Fleur alla festa di stasera?», cambia tattica Piper.
«Una festa? Preferirei di no», si agita mio padre. Sono appena arrivata e già si parla di feste, alcol, droghe e ragazzi? Posso leggere nel suo sguardo tutte le sue preoccupazioni e mi viene da ridere.
«Dai, ti prego. È solo un piccolo ritrovo per iniziare il nuovo anno scolastico. Non vorrai mica che domani nessuno sappia chi è Fleur a scuola, no? Lo sanno tutti che i nuovi arrivati spesso diventano i bersagli dei bulli.»
«Se qualcuno prova a fare il bullo con mia sorella, dovrà avere una buona assicurazione sanitaria, perché lo mando dritto in ospedale», s’intromette Declan.
«Tesoro, quest’anno non potrai permetterti nessuna pazzia, perché le tue bravate hanno già quasi messo a rischio il tuo futuro accademico», interviene mia zia, rivolta al nipote.
«Io me ne vado», sbotta Declan alzandosi.
Provo a fermarlo, chiedendomi perché se la sia presa tanto, ma non mi guarda nemmeno in faccia. Prende la porta e se ne va.
«E la cena?», provo un’ultima volta, seguendolo in strada.
«Mangio una pizza con un amico.»
«Vuoi che venga con te?»
«No, la zia si è data tanto da fare per realizzare ricette vegane. Mangia con loro e poi fili a casa. Niente feste, ok?»
«Ti chiamo più tardi», gli dico, senza rispondere alla sua domanda, ma lui è già in macchina e non mi sente.
Quando torno dentro, noto l’aria carica di tensione.
«Brad, il fatto che io sia una poliziotta non significa che possa proteggerlo sempre», sta dicendo mia zia.
«Lo so e ti ringrazio per tutto ciò che hai fatto per lui finora. Gli ho parlato e mi ha promesso che adesso che c’è Fleur, si comporterà meglio», la rassicura il fratello.
«Lo spero tanto.»
Per fortuna arriva Piper a stemperare la situazione con i suoi aneddoti divertenti sui suoi amici.
Mangiamo serenamente e ringrazio più volte mia zia per le polpette di ceci e curry, per il riso alle verdure e per la crostata alle more senza uova e latte.
Lei è una carnivora convinta, ma ha comunque fatto un grande sforzo per venirmi incontro e farmi sentire a casa. Piper è fortunata ad avere una madre come lei, ma purtroppo tra le due non scorre buon sangue.
A fine pasto, mia cugina si alza di scatto.
«Bene, è ora che io e Fleur ci prepariamo per la festa. I miei amici ci vengono a prendere tra venti minuti.»
Nonostante Piper mi spinga verso la sua camera, io non mi muovo.
Sono molto preoccupata per Declan e non voglio partire con il piede sbagliato con mio padre, quindi attendo la sua autorizzazione.
Mio padre comprende all’istante il mio intento e mi sorride grato per essere così disponibile e ubbidiente.
«Ti concedo due ore, pulcino. Niente alcol, niente sesso e non lasciare mai il tuo bicchiere incustodito, ok?»
«Va bene.»
«E per le undici devi già essere in pigiama, addormentata nel tuo letto… da sola», si arrende sconsolato.
«Sarà fatto!», prometto contenta per questa opportunità. Sono abituata ai coprifuochi molto più ristretti della mamma, quindi non dico nulla e seguo Piper in camera sua.
Quando entro nella sua stanza, mi viene da ridere. Sembra di stare tra le braccia di un peluche, con la coperta in peluche bianco, il tappeto in peluche rosa, la sedia della scrivania foderata in peluche fucsia, decine di pompon di peluche colorato sono attaccati al soffitto e penzolano sopra la nostra testa.
«In realtà la mania dei peluche mi è già passata, ma non ho ancora finito di toglierli tutti», mi spiega Piper in imbarazzo.
«Mi stai dicendo che prima c’erano ancora più peluche di adesso?»
«Oh, molti di più!», scoppia a ridere Piper insieme a me. Poi apre il suo armadio e tira fuori una valanga di vestiti succinti. Alcuni di questi, me li posa davanti come per vedere se mi stanno bene.
«Cosa stai facendo?»
«Ti preparo per la tua prima festa del liceo Saint James! Mica penserai di venire a ballare vestita così?», mi dice, guardando con disgusto il mio vestito a pois, bianco e rosso, con la gonna ampia che mi arriva ai polpacci.

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 Fleur ha perso tutto: amici, fidanzato e il suo sogno di diventare una ballerina professionista.
L’unica cosa che le rimane è ricominciare da capo. Per questo decide di trasferirsi a Richmond dove abitano suo padre e suo fratello.
Tre regole: niente feste, niente ragazzi e niente pazzie.
Ma Fleur ha le sue regole e quando inizia a infrangere quelle della sua famiglia, scoprirà che suo fratello non sarà l’unico cane da guardia che le starà addosso. Anche il suo migliore amico, Reed Kalechi, farà di tutto pur di proteggerla.
Reed non ha regole, ma confini. Limiti che non deve mai superare se non vuole cadere all’inferno.
Non avrebbe mai immaginato che la sorella del capitano della squadra di calcio, avrebbe fatto a pezzi le sue difese con la sua dolcezza.
Ora l’unica cosa che gli rimane è sopravvivere e tenere alla larga Fleur, prima che possa cadere nel suo inferno e scoprire che il mondo non è un posto sempre sicuro.

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 1. FLEUR



«Bentornata a casa, pulcino.» Bastano queste semplici parole per farmi scoppiare in lacrime.
Due forti braccia mi circondano, facendomi sentire protetta e amata, come non mi sentivo da tanto tempo.
«Ehi», si allarma mio fratello.
«Mi sei mancato tanto», rispondo tra i singhiozzi, intensificando l’abbraccio. Improvvisamente il peso di questi ultimi mesi diventa insopportabile e quando Declan inizia ad accarezzarmi la schiena con la sua ampia mano vigorosa e dolce nello stesso tempo, sento quel macigno scivolarmi lentamente dalle spalle e cadere ai miei piedi.
Sì, ora le cose cambieranno e so che tornare a vivere con mio padre e mio fratello è la scelta migliore.
Declan mi prende il viso tra le mani e mi porta a fissarlo.
Mi perdo nel suo sguardo penetrante. I suoi occhi verde smeraldo, uguali ai miei, hanno la capacità di imprigionare e ammaliare chiunque. È impossibile mentire di fronte a lui, anche se, crescendo, ho imparato a tenere certi segreti per me.
«Stai bene? Quel coglione ti ha fatto qualcosa?», si spaventa subito, perforandomi l’anima, scandagliando ogni mio pensiero. Non ho mai pensato che i gemelli possano essere telepatici, ma quando Declan mi guarda in questo modo, ho sempre la sensazione che mi legga dentro.
«Sto bene. James è solo…»
«Non pronunciare quel nome in mia presenza.»
Sorrido clemente, ricordando l’ultima volta che Declan è venuto a trovare me e la mamma a Bedford, nel Kentucky e aveva conosciuto il suo nuovo fidanzato. James si era mostrato gentile e simpatico ma poi si era giocato tutti i punti guadagnati, dicendo che il calcio non può essere paragonato al baseball o al rugby. Per lui, dare calci a un pallone non può nemmeno essere paragonato a uno sport vero e proprio.
Declan, capitano della squadra di calcio del suo liceo, a Richmond, aveva reagito piuttosto male e la cosa era finita con una lite pazzesca e la promessa di Declan di non rimettere più piede in quella casa, finché nostra madre sarebbe rimasta con James.
«Il coglione non è cattivo. È solo stupido e ora ha coinvolto la mamma in un nuovo business: produrre marmellate fatte in casa. Ho sbucciato e tagliato così tanta frutta nelle ultime settimane, da essermi infiammata i polsi.»
«Beh, ora non è più un tuo problema. Adesso sei qui, con me e papà. Potrai riprendere danza e…»
«Il ginocchio non è più come prima», confesso triste. Dopo quel brutto incidente sulla pista di ghiaccio, con la rottura del crociato, non sono più riuscita a muovermi come prima. «Ho lasciato la danza.»
«Non lo sapevo. Pulcino, mi dispiace tanto.»
«Anche a me», sussurro, mentre altre lacrime mi bagnano il volto. Sono a pezzi. Il mio sogno è andato in fumo.
«Sono sicuro che papà conoscerà qualche medico…»
«No, Declan, non voglio più illudermi. Negli ultimi mesi la mamma ha sborsato un patrimonio per portarmi dai migliori specialisti. Ho affrontato così tante visite mediche da perdere il conto. Ora basta. Continuerò a ballare, ma non più a livello agonistico, e con moderazione. Adesso voglio solo concentrarmi sull’ultimo anno di scuola. Voglio diplomarmi a pieni voti.»
«Sono sicuro che non avrai problemi. Sei un genio, pulcino.»
«Cambiare scuola all’ultimo anno non mi è di aiuto. Dovrò mettermi in pari con il vostro programma e farmi accettare dai nuovi compagni.»
«Non ti devi preoccupare. Ti aiuterò io. Sono il capitano della squadra di calcio, la migliore del paese, e ho un certo potere a scuola. Nessuno oserà fare lo stronzo con mia sorella.»
«Non voglio che ti immischi», lo avverto. Da bambini, spesso Declan si era dimostrato eccessivamente protettivo nei miei confronti, soprattutto con i ragazzi.
Il fisico scolpito e da atleta di Declan era sempre riuscito a frenare i maschi che volevano provarci con me.
Anche se siamo gemelli e abbiamo gli stessi occhi e colore castano di capelli, per il resto, siamo molto diversi: io piccola e minuta. Lui alto e possente.
«È necessario porre certi limiti o qualcuno potrebbe approfittarsi di te.»
«Declan, so badare a me stessa.»
«Non con quel nuovo paio di tette che ti ritrovi.»
Arrossisco e mi scosto rapidamente da lui, coprendomi il petto.
«Non sono nuove e non sono affari tuoi.»
«Fino all’anno scorso non ce le avevi. Eri una tavola da surf e ora guardati! Lo porti almeno il reggiseno?»
Le mie guance scottano dall’imbarazzo. Mio fratello mi sta fissando apertamente il seno e continua a fare commenti!
«Da quando ho mollato danza, ho messo su qualche chilo. È il caso di farmelo notare?»
«Sei tu che mi ha sbattuto quelle bocce contro il petto quando mi hai abbracciato!», si giustifica offeso, incrociando le braccia.
«La mamma dice che ora ho un corpo più femminile.»
«Anche troppo.» La voce profonda e rauca di nostro padre mi arriva alle spalle.
Mi volto e vedo la fotocopia di Declan in versione quarantenne venirmi incontro.
«Ciao, papà», lo saluto, andando ad abbracciarlo.
«Scusa se sono arrivato tardi, ma il lavoro…»
«Non fa niente. C’era Declan ad aspettarmi», rispondo un po’ freddamente. Da quando ho scelto di seguire la mamma in Kentucky dopo il divorzio dei miei, i rapporti con mio padre si sono molto raffreddati.
«Declan, mi aspetto che protegga tu tua sorella da quei cretini che cercheranno di portarsela a letto.»
«Papà!», urlo scandalizzata.
«Sono ancora troppo giovane per diventare nonno.»
«Esistono i preservativi per quello.»
«Cos’è? Sei diventata un’esperta?», s’intromette Declan, prendendomi per il collo e scompigliandomi i capelli fino a farmi male.
«Lasciami, idiota!», mi divincolo inutilmente.
«Sei ancora il mio pulcino, vero? O sei diventata una pollastrella che si fa ripassare da tutti?»
Gli rifilo un pugno dritto nello stomaco con tutta la forza che ho, a causa della rabbia che mi ha scatenato la sua insinuazione.
Sono stata solo con un ragazzo, proprio pochi mesi fa. È stata la mia prima volta e ha fatto schifo. Sono addirittura arrivata a fingere un orgasmo per superare l’imbarazzo.
Non ho mai saputo se Pete l’abbia capito, ma poche settimane dopo mi ha mollata per un’altra.
Quella è l’ennesima ragione che mi ha spinta a scegliere di trasferirmi anche se sono all’ultimo anno di liceo.
Così, dopo tre anni di assenza da Richmond, sono tornata.
Non ho più amiche, ma c’è mio fratello e so che su di lui posso contare.
Inoltre, nostra cugina Piper mi ha scritto dopo che le ho detto che sarei tornata in città e mi ha assicurato che ci saremmo divertite.
Non la vedo da anni, ma da bambine, lei stava spesso da noi, dato che i suoi genitori poliziotti erano spesso in servizio. Spero di ritrovare quell’amicizia di un tempo.
«Fleur, sei ancora un pulcino, vero?» La voce seria di Declan mi fa ridestare dai miei pensieri. Sussulto. Quando mio fratello mi chiama con il mio nome, vuol dire che è arrabbiato.
«Sì, certo», mormoro, abbassando lo sguardo dalla vergogna.
«Voglio nomi e cognomi di quei pezzi di merda», mi risponde a bassa voce, portandomi in camera da letto, lontano dalle orecchie di nostro padre che avrebbe fatto una scenata se avesse scoperto la verità. Per lui, una ragazza deve preservarsi fino al matrimonio.
«C’è solo un nome, ma non intendo dirti di chi si tratta.»
«Vuoi partire con il piede sbagliato?», s’innervosisce ancora di più.
«Declan, ti prego. Stavo con questo ragazzo. L’abbiamo fatto. Non è stato un granché e poi ci siamo lasciati.»
«Stai scappando da lui?»
«No, però ha contribuito a portarmi qui.»
«Lo senti ancora?»
«Assolutamente no.»
«Ti devo credere?»
«Sì», affermo decisa, fissandolo dritto negli occhi.
«Ti terrò sotto controllo», decide lui dopo un lungo silenzio.
«Declan, dai…»
«Prova a scoparti uno di quei cazzoni del nostro liceo quest’anno, e faccio un casino.»
«Non sono una che va a letto con chiunque.»
«Bene, dimostramelo», sentenzia, uscendo dalla camera e chiudendo la porta con furia.
Sospiro esausta e mi butto sul letto, soffocando un urlo di frustrazione nel cuscino.
Sono ancora lì a maledirmi per essere un libro aperto per Declan, quando sento qualcuno bussare.
È nostro padre.
«Senti, Fleur, lo so che ormai sei grande e hai bisogno di fare le tue esperienze, ma…»
«Papà…»
«Lasciami finire. Sono sempre stato iperprotettivo con te, perché sei la piccola di casa e…»
«Sono nata solo tre minuti dopo Declan», gli ricordo.
«Sai cosa voglio dire. Tu sei così piccola, rispetto a tuo fratello. Sei il pulcino di casa e l’istinto di proteggerti è qualcosa che va oltre la ragione. Io desidero solo che tu sia felice e che nessuno ti faccia soffrire.»
È da tre anni che mio padre non mi parla in questo modo.
Rimango commossa e sorpresa da questo slancio di affetto.
«Lo so, papà.»
«Non ho ancora ben capito perché hai voluto tornare a vivere con me, ma non m’interessa. Sono solo contento che tu sia qui e quando vorrai dirmi cosa ti sta succedendo, io ti ascolterò. Te lo prometto.»
«Grazie.»
«So che sei una brava ragazza e che stai male da quando hai lasciato la danza per colpa del ginocchio, ma spero tanto che tu possa trovare nuove passioni e nuovi amici. Sei adorabile e dolce con tutti. Sono sicuro che sarai la benvenuta da tutti i tuoi futuri compagni.»
«Lo spero. Domani è il primo giorno di scuola e sono un po’ agitata.»
«Andrà bene, vedrai. Declan mi ha promesso di occuparsi di te, anche se ha già iniziato gli allenamenti e a volte dovrai rimanere da sola.»
«Non sono più una bambina. Me la posso cavare.»
«Io lo so, ma tuo fratello… è complicato.»
«Cioè?»
«Ieri sera abbiamo parlato e mi ha detto che il suo liceo è pieno di ragazzi pronti a portarsi a letto chiunque e ricorrendo anche a metodi subdoli e scorretti.»
«Forse parla per esperienza personale. Non credo che lui sia un santo con le ragazze. Ho visto sui social alcune sue foto e…»
«Tuo fratello è già finito in guai seri molte volte. Il suo posto in squadra è a rischio quest’anno e ora deve rigare dritto, ma ho paura che possa fare qualche sciocchezza per difenderti. Declan non sa cosa siano le mezze misure. È troppo impulsivo e irruente, lo sai.»
«Io non sono come lui.»
«Ne sono convinto. Per questo ti chiedo di non fare nulla che possa mettere in allerta tuo fratello con il rischio che possa commettere qualche idiozia. Un’altra rissa e finisce davanti al giudice e si becca la bocciatura per pessima condotta.»
Sono senza parole.
«Non sapevo che la situazione fosse così grave.»
«Declan non vuole che tu lo sappia, ma penso sia giusto avvertirti. Tuo fratello deve rimanere calmo. Mi ha promesso che si comporterà bene adesso che ci sei tu, ma io temo che tu possa essere l’ennesima scusa per fare a botte con qualcuno o…»
«Ti prometto che terrò sotto controllo Declan e non gli darò motivo di fare stupidaggini. So che è bravissimo a calcio e quest’anno ha la possibilità di ottenere una borsa di studio per il college. Non gli permetterò di mettere a repentaglio il suo futuro.»
«Sapevo che potevo contare su di te, pulcino», mi sorride grato mio padre, uscendo dalla stanza.

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mercoledì 28 agosto 2024

Confederación de Sangre - Primer capítulo

 


Ahora que Vera ha descubierto su doble naturaleza, debe elegir qué camino seguir: volver a estudiar en un internado católico y hacer feliz a su tía, o aceptar la oferta de su padre y completar un mes de entrenamiento en la Torre para convertirse en una vampira hecha y derecha... No es una elección fácil, pero el pasado se cierne amenazante sobre ella y Blake, así que al final se imponen el instinto de supervivencia y el deseo de poder vivir juntos sin el miedo a ser capturados por la Orden de la Cruz Sangrienta. Sin embargo, la Torre no es el lugar seguro que parece ser y pronto nuevos enemigos intentarán destruir a Vera y su relación con Blake, cada vez más en vilo debido a sus inseguridades y celos mutuos. En un torbellino de suspense y peligro a la vuelta de cada esquina, Vera y Blake se verán obligados a luchar para sobrevivir, pero a veces el precio a pagar puede ser demasiado alto.


Capítulo 1


¿Estás lista? preguntó Blake con el mismo brillo excitado de las otras veces.

Más o menos respondí con voz insegura y temerosa. De hecho, no me sentía preparada en absoluto, sobre todo después de tres meses de fracasos. Estaba aterrorizada. Con miedo a fracasar y a decepcionar por enésima vez al hombre que amaba y al que quería hacer sentir orgulloso de mí.

Claro que si empiezas con ese entusiasmo... soltó Blake de inmediato, impaciente por mi inseguridad, que él sabía que me impediría transformarme en mi forma animal por enésima vez.

¡Para, suenas como mi padre! solté al instante. Todavía ardía en mis ojos la mirada de desdén de mi padre ante mis fracasos.

¡Si no estuviera seguro de ser tu padre, habría pedido una prueba de ADN después de esto! Eres la hija de uno de los vampiros más poderosos y antiguos que aún quedan en la Tierra, tienes mis genes en tu cuerpo y ni siquiera puedes concentrarte lo suficiente en tu cuerpo para transformarte había comentado Jack desconcertado e indignado.

Perdóname por saber que soy vampira desde hace solo unos meses y nunca me he despertado con cola o branquias. Lo intento, pero no es fácil... no puedo hacerlo me había defendido resentida.

¡Claro que si empiezas con ese entusiasmo, el fracaso está a la vuelta de la esquina! me había respondido antes de transformarse en un pequeño y delgado gato negro de pelaje brillante, y luego escabullirse por una ventana abierta de la habitación.

Después de aquel episodio, Blake me había prometido que nunca volveríamos a experimentar la transformación delante del hombre que se suponía que era mi padre, el hombre que me había traído al mundo y que se suponía que debía amarme incondicionalmente y, sin embargo... Jack Marley no era más que un vampiro sin escrúpulos y sin sentido.

No te sientas mal. En realidad Jack se preocupa mucho por ti y te quiere con locura, pero ha sido vampiro durante demasiados siglos y a veces se olvida de sacar su lado humano le justificaba siempre Blake magnánimamente ante mis quejas, pero a mis oídos el mensaje que llegaba era simplemente que Jack no estaba hecho para ser padre y que quizá ese lado humano nunca había estado ahí. Yo solo era esa hija para ser exhibida como trofeo en la sociedad vampírica, pero por desgracia eso no estaba resultando más que un patético desastre.

¡Vamos! Verás que esta vez lo conseguirás. Recuerda concentrarte inicialmente en los latidos de tu corazón, luego intenta seguir el movimiento de la sangre en tu cuerpo y finalmente llega a los tejidos, músculos, huesos y sistema nervioso. En ese momento, envía el impulso de transformación y contrae el cuerpo me explicó Blake por enésima vez, sacándome de mis sombríos pensamientos.

Asentí con decisión. Ya conocía el proceso y después de cuatro intentos había conseguido llegar incluso a la fase del impulso neurotransmisor, pero luego... ¡nada! Siempre me había paralizado. Nunca había entendido por qué.

Blake me entregó un vial de sangre humana. Ambos habíamos decidido abandonar ese tipo de dieta por la menos peligrosa basada en sangre animal.

Obviamente, ya entonces, Jack había montado un escándalo y se había enfadado mucho, alegando que un vampiro que no muerde y chupa la vida de sus víctimas humanas no es digno de llamarse vampiro.

Afortunadamente, en aquel episodio Blake me había defendido y me había apoyado.

Sin embargo, para la transformación, sobre todo en casos difíciles como el mío, era imprescindible adquirir la fuerza y el poder que solo podía dar la sangre humana.

Me habría negado, de no ser porque siempre estaba la Orden de la Cruz Sangrienta persiguiéndonos a Blake, a mí y a todos los vampiros, con el riesgo de correr peligro en cualquier momento.

Sin duda, poder tener alas o volverse especialmente pequeño o rápido en situaciones de riesgo extremo podría resultar útil.

Ya sabía que Blake era un gato, como mi padre. Gracias a esa habilidad había conseguido entrar en una jaula donde yo había estado prisionera en el pasado.

Yo también quería transformarme en felino. Me encantaban los gatos y también me preguntaba si, una vez transformada en gato, yo también tendría el instinto de matar y comer ratones, de los que estaba literalmente aterrorizada.

Con esos pensamientos, bebí dos sorbos de la poca sangre que había en el vial y me dirigí hacia el enorme espejo que separaba el comedor de la cocina.

En pocos segundos sentí que la habitual fuerza arrolladora de los vampiros se apoderaba de mí y esa sensación de omnipotencia y locura nublaba mi mente, amenazando todo el tiempo con hacerme perder la razón.

Incluso mis dientes caninos se habían alargado, dándome una sonrisa siniestra pero encantadora.

Intentando mantener a raya mis instintos animales para ello debería haber agradecido las enseñanzas de mi tía Cecilia que, a diferencia de mi padre, no quería que me drogara con sangre, cerré los ojos y empecé a concentrarme en mi respiración y los latidos de mi corazón. Podía sentir cómo la sangre fluía dando energía y movimiento a todo mi cuerpo.

Apreté los puños e intenté contraer los músculos de los brazos y las piernas, pero no pasó nada.

Volví a empezar el proceso desde el principio y concentré toda mi fuerza en los transmisores neuronales y las neuronas motoras, empujando mi cuerpo para que se contrajera.

De repente, ¡sentí que el corazón me latía cada vez más deprisa!

Supe al instante que iba por buen camino. Esta vez lo conseguiría y, bajo mi eufórico control, percibí claramente la mutación de mi cuerpo.

Tenía tantas ganas de abrir los ojos pero, por miedo a perder la concentración en un momento tan delicado, los apreté con fuerza y esperé a que el cambio llegara a su fin.

Casi había llegado al final del proceso cuando mi cabeza empezó a dar vueltas. Mi corazón latía desbocado y mi respiración se había vuelto espantosamente corta y rápida.

Intenté calmarme, pero mi cuerpo no respondía como de costumbre.

¡Vera, bien hecho! ¡Lo has conseguido! gritó Blake, desgarrándome el oído.

Me sentí desorientada. Abrí los ojos lentamente y encontré el suelo a un palmo de mi nariz.

Estaba ligeramente polvoriento y olía a limón, el mismo olor que el detergente que había utilizado para limpiar el suelo tres días antes.

Me sentí confusa y la voz de Blake me taladró los oídos.

No entendía lo que me decía, pero lo único que sabía era que todo aquel lío me estaba provocando un dolor de cabeza espantoso.

¡Blake, cállate y ayúdame a levantarme! le grité de repente, intentando levantarme del suelo en vano. Sin embargo, al oír mis palabras, oí claramente un extraño chirrido.

¡Un ratón! ¡Había un ratón en el loft! ¡Podía oírlo!

Permanecí en silencio con las orejas aguzadas, pero no oí nada más.

Es solo mi imaginación”, pensé, tratando de detener los temblores de miedo que me invadían todo el cuerpo.

Levanté la vista. No entendía dónde estaba. Todo era tan enorme e inseguro a mi alrededor.

Entonces me giré y lo vi.

Vi un gran ratón gris que caminaba hacia mí.

Podía sentir sus patitas moviéndose en el suelo, podía ver su nariz y sus bigotes moviéndose sin control. Grité de miedo y vi que él también, mirándome sorprendido, ¡empezó a chillar y a moverse como un loco!

¡Blake! ¡Un ratón! ¡Ayúdame! grité presa del pánico.

¿Pero dónde estaba Blake?

De repente vi grandes columnas negras que se movían hacia mí, haciendo temblar todo el suelo.

¡Un terremoto! Blake, ¿dónde estás? ¡Vámonos! ¡Ayuda, un ratón!

La locura se apoderó de mí y empecé a correr, intentando no ser aplastada por las dos columnas negras en movimiento y no chocar contra los miles de obstáculos que tenía delante.

Oí la voz de Blake, pero estaba demasiado abrumada por el miedo como para escucharle y, por si fuera poco, una especie de extraño pulpo volador rosa con cinco tentáculos había empezado a acercarse a mí, intentando secuestrarme.

Corrí tan rápido como pude, hasta que acabé debajo de algo grande y macizo.

Parecía un enorme pórtico anguloso, sostenido por columnas de acero.

Por fin me sentía a salvo, aunque mi corazón corría el riesgo de sufrir un infarto y mi respiración seguía siendo demasiado rápida.

En un momento dado, desde mi refugio, noté los pasos pesados de alguien, parecidos a los de un elefante, entonces algo paquidérmico cayó al suelo y se acercó a la grieta en la que me había deslizado.

Mi cuerpo se paralizó de miedo, tal vez incluso mi respiración se detuvo de repente.

Mi oído estaba totalmente alerta.

No me moví, hasta que vi un trozo de cara, del tamaño de una sandía, que me miraba desde la abertura.

Vera, soy yo, Blake. Tómatelo con calma, ¿vale? Estás debajo del sofá. Quédate donde ahí. —Le oí decir en un tono muy tranquilo y sosegado. Incluso el volumen de su voz era más aceptable ahora.

Le vi agacharse y extender un brazo en mi dirección.

De repente me vi rodeada por aquellos tentáculos rosados, que empezaron a aplastarme.

No sentí dolor, pero el pánico volvió a apoderarse de mí.

Podía sentir los latidos de su corazón y su mano ligeramente sudorosa aferrándose a mí.

Intenté zafarme de ella, pero el agarre, antes suave y delicado, se volvió de pronto firme y apretado.

Me sentí enjaulada, atrapada y más cerca de la muerte de lo que nunca me había sentido en mi vida.

Sin perder tiempo, me liberé, arañando y mordiendo a mi oponente, que al instante soltó su agarre.

Corrí a una velocidad vertiginosa lejos de mi ahora inseguro refugio.

Oí los gritos de Blake.

No pude distinguirlos bien, pero me pareció que gemía de dolor por el mordisco.

A partir de entonces, todo se convirtió en una despiadada huida hacia la libertad y la seguridad.

Yo corría y las dos manos de Blake me perseguían como dos cazas F35 listos para bombardear al enemigo.

Acabé en un lugar de color azul y acero que identifiqué como la cocina, entre otras cosas por los fantásticos olores a comida que percibía

 aquí y allá: canela, orégano, mermelada de fresa, plátanos, zumo de pomelo, galletas, carne…

Cuando pasé junto a la basura, tuve que controlar unas ganas irrefrenables de lanzarme a ella. Me llegaban a la nariz olores fantásticos: migas de pan, cáscaras de queso, ensalada y vinagre balsámico, salsa de ternera, zumo de naranja ¡y torsos de manzana! ¡Qué hambre!

Desgraciadamente, no podía perder el tiempo con aquellos manjares y continué con mi loca carrera.

Ni siquiera me di cuenta de que seguía corriendo en círculos por la cocina hasta que pasé por delante del espejo que dividía las distintas estancias.

Lo reconocí de inmediato y por el rabillo del ojo busqué mi perfil.

Enseguida vi a Blake corriendo agachado hacia una pequeña criatura gris, a la que intentaba agarrar con las manos.

Y me vi a mí misma.

Aunque en ese momento mi cerebro tenía el tamaño de un arándano, logré hacer una ecuación sencilla y decisiva:

Yo = ratón // manos de Blake = pulpos voladores rosas

No era posible. Me había convertido en lo que más miedo me daba: ¡un ratón!

Corrí aún más rápido que antes, ya no para escapar de Blake, sino de mí misma y de lo que era.

De repente, mi sexto sentido me advirtió de otro peligro. Miré rápidamente detrás de mí, pero no vi a nadie. Blake también había desaparecido.

Sin embargo, sentí que me miraban violentamente. Estaba en peligro. Lo sabía, pero de nuevo me paralicé.

Ni un sonido, ni un paso, solo un extraño olor nuevo. Un olor que olía a peligro y a muerte.

Lentamente empecé a caminar de nuevo, mirando a mi alrededor, hasta que vislumbré por encima de la encimera de la cocina un felino y dos ojos azules con las pupilas dilatadas y la mirada voraz, apuntando y listos para abalanzarse sobre mí, emitiendo un maullido amenazador que me erizó la piel.

Blake se había transformado. ¿Cómo había podido adoptar la forma de un gato siamés sabiendo que era un ratón?

¡Estaba loco! ¡Quería matarme!

Si burlar a un humano había parecido una tarea de tontos, burlar a un gato parecía una misión suicida desde el principio.

Blake parecía desquiciado y podía llegar a mí incluso en los lugares más pequeños e inalcanzables.

Estaba agotada, pero no podía rendirme.

Era realmente una cuestión de vida o muerte.

Pero, por desgracia, había sido ratón durante demasiado poco tiempo y el loft era una guarida a prueba de esos roedores, después de mi insistencia en sellar todos los recovecos que pudieran convertirse en un refugio potencial para esos repugnantes animales.

Al cabo de unos minutos, Blake consiguió atraparme. Sentí su aliento caliente sobre mí.

Cerré los ojos y empecé a rezar.

Cuando volví a abrirlos, vi las manos de Blake agarrando mi cola y me di cuenta de que había recuperado su forma humana.

Por primera vez en mi vida, sentí lo que significaba tener cola.

Oí la risa victoriosa de Blake al verme boca abajo, suspendida en el aire, mientras me llevaba a metro y medio de altura, lo que me pareció el Gran Cañón, hasta la encimera de la cocina, y luego me metía en un recipiente de cristal, que olía a azúcar.

¿Quieres calmarte? susurró Blake, acercando la cara al tarro abierto por encima.

Haz que vuelva a la normalidad. ¡Quiero salir de esta pesadilla! grité, o más bien le chirrié, arañando las lisas paredes de cristal.

Blake no entendía mis chillidos, pero no tardó en darse cuenta de lo que quería.

Si no te relajas, no podrás volver a ser humana. Ahora cálmate y concéntrate como antes. La única diferencia es que en vez de contraer los músculos, ahora tienes que soltarlos, ¿entendido? Afirma con la cabeza.

Asentí tímidamente, luego me puse en cuclillas en el fondo del recipiente, con la cola desnuda entre las patas traseras, y empecé a seguir mi respiración.

Por desgracia, aquella respiración apresurada dictada por unos pulmones pequeños y aquel corazón de roedor bombeando sangre como loco no me permitían concentrarme.

Mi cuerpo no respondía a mi voluntad.

Intenté comunicárselo a Blake, pero fue inútil. No me entendía.

Probé el alfabeto morse golpeando las patas delanteras contra el recipiente, pero pronto me di cuenta de que no lo sabía. Intenté hacer pequeños dibujos en el cristal, pero la pata de un ratón es muy diferente a la de un humano y solo conseguí hacer un enorme estropicio.

¿Te cuesta volver a ser humana? adivinó Blake de repente.

Asentí feliz, saltando aquí y allá.

Intentaré llamar a Jack... quizá él pueda ayudarte propuso dubitativo.

¡No, no lo hagas! ¡Me humillaría hasta la muerte por algo así! ¡Y no quiero! chillé aterrorizada, removiéndome en el recipiente lo suficiente como para hacerlo tambalear.

Vale, lo entiendo. No quieres cedió Blake, metiendo la mano en el tarro y atrapándome con los dedos.

Esta vez no me moví y me acercó sonriente a su cara, donde me frotó contra su barba recién acentuada.

¡Eres realmente una ratoncita preciosa! Siempre podría tenerte así... Podría comprarte una jaulita con rueda y llenarla de nueces, manzanas, zanahorias y semillas…

¡Ni que fuera un hámster! chillé ofendida.

Podríamos jugar al gato y al ratón continuó, sin prestar atención a mis sonidos de rechazo, mientras abría el armario que había junto a la nevera y sacaba la caja de oudnin el kadhi, los dulces tunecinos que me había enviado mi tía Cecilia de su viaje a Susa en busca de Ahmed.

Me encantaban aquellas golosinas ligeramente empalagosas y crujientes, glaseadas con azúcar y miel de azahar.

Sin decirme una palabra, Blake cogió unas migas del fondo del paquete y se las puso en la mano, con la que me sujetaba.

Sin perder tiempo, me abalancé sobre las maravillosas golosinas, dejando que el hojaldre crujiera bajo mis dientes, que el glaseado y la miel se derritieran en mi lengua mientras los trozos de avellanas llevaban mi paladar al éxtasis.

Cerré los ojos y saboreé todos los ingredientes, uno a uno.

Me detuve en el sabor de la miel, tan intenso, delicioso y con matices florales.

Por un momento pude olvidarme de todo. Solo la miel tenía ese poder sobre mí. Siempre lo había tenido, incluso antes de ser consciente de que era una vampira.

Bienvenida, mi amor me susurró Blake al oído, devolviéndome a la realidad.

Abrí los ojos y me di cuenta de que tenía dedos, sí, dedos, ya no zarpas, en la boca.

¡Había vuelto a la normalidad!

¿Cómo lo has hecho? pregunté, asombrada de volver a oír mi voz.

La miel siempre ha tenido un efecto calmante en ti, así que lo probé, esperando que esta vez también funcionara.

Gracias murmuré antes de posar mis labios sobre los suyos.

Por la forma en que respondió a mi beso, supe al instante lo feliz y aliviado que estaba de tenerme de nuevo en mi estado natural.

Creí que ibas a dejarme con cara de roedor y a meterme en una jaula le recordé, fingiendo ofenderme.

A pesar de lo guapa que eras, no creo que hubiera sido capaz de besarte, me temo. Se rio con una mueca en los labios, antes de perdernos en otro largo y apasionado beso.

Sin embargo, de vez en cuando no estaría de más jugar al gato y al ratón. Por primera vez, me sentí terriblemente excitado y voraz persiguiéndote. Despertaste en mí el instinto felino continuó bromeando.

¡Puedes olvidarlo! Creí que iba a morir cuando te vi como un gato. ¡No vuelvas a hacerlo! le reñí, mientras mi corazón latía furiosamente ante aquel recuerdo.

Inconscientemente, cogí otro oudnin el kadhi, que mastiqué nerviosamente para calmar mi agitación. Aquella experiencia había resultado verdaderamente horrenda y, en el fondo de mi corazón, esperaba no tener que volver a convertirme en un ratón.

De repente, sonó el iPhone de Blake. Leí “Jack Marley”, mi padre, en la pantalla.

¿Qué quiere mi padre de ti? pregunté inmediatamente a la defensiva. Jack y Blake llevaban siglos juntos y había entre ellos un sentimiento y una complicidad que yo nunca tendría entre padre e hijo. Me alegraba de que Blake hubiera encontrado en mi padre la familia que nunca había tenido, aunque nunca había sido capaz de entender cómo era posible, pero al mismo tiempo, este vínculo entre ellos siempre me inquietaba, pues sabía que era poco probable que Blake fuera en contra de los deseos de mi padre y Jack confiaba en él más que en mi palabra.

A veces incluso les había pillado hablando de mí y me había molestado mucho, sobre todo porque, después, ninguno de los dos me decía de qué estaban hablando.

Sabía que me ocultaban muchas cosas y no podía soportarlo. Ya no era una niña, sino una mujer adulta consciente de sus propias decisiones.

Nada. Simplemente le dije que hoy intentaríamos la transformación una vez más. Querrá saber cómo ha ido explicó con suavidad, dándose cuenta al instante, por la expresión furiosa de mi cara, de que había tocado un punto sensible.

¿Se lo has dicho? ¡Te dije que no lo hicieras! solté levantando la voz. Estaba realmente furiosa.

Lo siento. Se me escapó intentó calmarme.

¡Mentira! ¿Acaso siempre tienes que contárselo todo? Odio esa actitud tuya le espeté.

Es uno de los vampiros más grandes y poderosos. Es evidente que le pedí consejo se justificó Blake mientras empezaba a ponerse nervioso, aún sin responder a la llamada que cesó de repente.

¿Es posible que nunca me escuches y siempre hagas las cosas por tu cuenta? ¡Eres realmente odioso!

Recuerda que soy vampiro desde hace mucho más tiempo que tú. ¡No puedes venir a decirme cómo y qué hacer! replicó ahora completamente enfadado.

¿Otra vez con eso de “soy vampiro desde hace más tiempo que tú”? ¿Quieres saber la verdad? ¡Esa excusa es realmente patética! le grité, perdiendo los estribos ante el argumento de la antigüedad, tras el que Blake y Jack solían esconderse.

¿Patética? Tú eres la patética y obtusa que siempre quiere tener razón y hacer lo suyo sin tener en cuenta las consecuencias. Jack y yo solo intentamos protegerte y ayudarte.

¡No necesito ni protección ni ayuda! exclamé triunfante de orgullo.

 Ese mismo orgullo que, según mi tía Cecilia, había heredado de mi padre.

¡No eres más que una niña estúpida! siseó Blake con los caninos alargados que siempre le brotaban cuando se enfadaba.

Adelante, desenfunda tus colmillos, vampiro le insté impulsivamente.

¡No me provoques!

Resoplé.

Sabía que estaba llevando a Blake al límite, pero no le tenía miedo.

Sin prestar atención a su mirada amenazadora, le di la espalda y me dirigí hacia el sofá.

Le oí venir silenciosamente detrás de mí.

La poca sangre humana que había bebido antes de la transformación aún fluía en mí y, en una milésima de segundo, yo también liberé un buen par de afilados caninos.

Me volví hacia él.

Su cara estaba a centímetros de la mía, su aliento azotó mis mejillas y su gruñido se mezcló con el mío.

¡No me desafíes! No te conviene ladró con los ojos rasgados y el cuerpo ladeado hacia delante, listo para atacar.

Tal vez no te convenga a ti me burlé de él, tratando de ocultar la ligera sensación de miedo que crecía en mi interior.

Las peleas estaban casi a la orden del día entre Blake y yo, pero era la primera vez que una llegaba tan lejos. Podía sentir claramente la fuerza de Blake y que su ataque se acercaba.

Blake nunca me había amenazado de verdad, nunca me había hecho daño, pero esta vez no estaba tan segura. Tenía miedo.

Mi mente me decía que retrajera los dientes y me disculpara, pero el orgullo pudo conmigo.

Le miré fijamente con la misma mirada amenazadora y yo también me impulsé hacia delante, gruñendo y enseñando los dientes.

Podría haberle vencido.

La mejor defensa es el ataque dicen, así que le ataqué, pero no llegué a tiempo de golpearle, que bloqueó mi golpe y me apartó de un empujón, enviándome volando por la habitación y aterrizando en el sofá de cuero, que crujió bajo aquel golpe.

Demasiado lenta comentó Blake, burlándose de mí.

Más furiosa que nunca, me incorporé y salté hacia él con un extraordinario salto felino, pero de algún modo logró percibir mis movimientos y me inmovilizó los brazos a la espalda.

Novata. Ni siquiera eres capaz de comprender y anticipar los movimientos de tu enemigo se burló sombríamente de mí.

Intenté zafarme, pero pronto tuve que admitir que la fuerza física de Blake era mucho mayor que la mía. Ardiendo por la humillación y la estúpida constatación de que no podía vencerle, me relajé en sus brazos.

Tú ganas cedí incómoda.

Bien... y esto es para que te acuerdes, las próximas veces que intentes desafiarme dijo antes de hundir sus dientes en la base de mi cuello. Sentí mi sangre fluyendo hacia él.

¿Por qué has hecho eso? murmuré aturdida.

En realidad estoy cansado. Luchar contra tu energía vampírica no es ninguna broma. Tienes una fuerza extraordinaria... y yo estoy sufriendo un poco por la dieta especial de sangre animal que llevamos confesó, limpiándose un hilillo de sangre de la boca.

¿Me estás diciendo que podría haberte ganado? pregunté incrédula.

Tal vez murmuró Blake con cautela, mostrando por fin una dentadura perfecta.

¡Qué idiota! ¡Me había rendido justo cuando estaba a punto de ganar!

Has cambiado. Antes te gustaba burlarte de mí, pero nunca te atreviste a atacarme y ahora... observó Blake pensativo.

Puedo decir lo mismo de ti.

Te equivocas. Yo nunca te haría daño, mientras que tú…

¿Yo qué? le insistí preocupada. Quizá realmente había ido demasiado lejos.

Tú eres peligrosa. Tienes un gran poder y una gran fuerza física y mental, pero no eres consciente de ello. Si no aprendes a controlarte, corres el riesgo de hacer daño a alguien. Además, ahora que tu lado vampírico ha emergido por completo, te has vuelto aún más impulsiva. Jack afirma que podrías ponerte en grave peligro con tus propias manos. Ambos estamos muy preocupados por ti.

¿De qué estás hablando? murmuré confusa y con un nudo en la garganta.

Entre los vampiros existe un código y un conjunto de leyes naturales que nos afectan y a las que debemos someternos. Tú aún no las conoces, pero parece que disfrutas quebrantándolas explicó con seriedad.

No es cierto murmuré poco convencida.

Te lo demostraré: atacar a otro vampiro, según nuestro código, se castiga con la muerte. Acabas de atacarme. Por eso, mereces ser quemada en la hoguera.

¿En serio? pregunté incrédula.

Además, a los vampiros se les pide que, en el plazo de un año desde su transformación, sean seguidos por un mentor, que generalmente coincide con el vampiro que puso en marcha el proceso de evolución a vampiro, o que ingresen en la Torre durante al menos un mes. Para los que no lo hacen, el castigo a cumplir es un mes de tortura de plata, lo que se denomina Rehabilitación. Llevas diecinueve años como vampira y aún no has tenido un mentor.

Entre tanto yo descubrí que era una vampira hace solo unos meses y entonces tú eras mi mentor me defendí instantáneamente preocupada, ya que yo era mucho más alérgica a la plata que Blake.

Te equivocas. Hay una excepción: no puedes contraer un Pacto de Unión con tu mentor. En ese caso, la condición de mentor deja de existir objetó Blake ligeramente agitado.

¿Y Jack? ¿Puede mi padre ser mi mentor? propuse insegura.

No soportas a tu padre, sobre todo cuando se entromete en tu vida. Además, nunca has pasado un mes en estrecho contacto con él. Creo que os mataríais antes. Descarto totalmente la posibilidad de nombrar a Jack tu mentor. ¡Es imposible! sentenció Blake con seguridad. Por último, has incumplido otras normas continuó, apoyando la mano en su frente ligeramente sudorosa.

¿Cuáles? pregunté con voz chillona.

Un vampiro nunca debe acercarse a un humano ni revelar su identidad a la Orden de la Cruz Sangrienta terminó Blake con un suspiro desconsolado.

Si yo he incumplido estas normas, entonces también lo ha hecho mi padre repliqué.

Annie, tu madre, está muerta, así que no cuenta, y la Orden de la Cruz Sangrienta no conoce la verdadera identidad de tu padre afirmó Blake en defensa del hombre al que quería como a un padre.

¡Pero si todo el mundo sabe que se llama Jack Marley! recordé irritada.

Ese no es su verdadero nombre replicó Blake, dejándome sin palabras.

¿Entonces cuál es su verdadero nombre? pregunté dubitativa tras un largo silencio, que necesitaba para procesar la noticia.

No lo sé. Se lo pregunté un día y me dijo que había nacido sin nombre, por lo que había decidido inventárselo cada cierto tiempo, adaptándolo a cada época de su vida inmortal. También gracias a eso nadie ha podido encontrarle nunca recordó Blake con ojos tristes.

Parecía que, incluso en aquella coyuntura, mi padre no había sabido poner la situación a su favor y aprovecharse de ella. Sin embargo, una parte de mí sintió lástima y compasión por aquel niño al que nadie había querido dar un nombre y probablemente ni siquiera cariño, hasta que se convirtió en el adulto que era hoy.

El móvil de Blake volvió a sonar.

Era mi padre otra vez.

¿Quieres contestar tú? preguntó dubitativo, tendiéndome el aparato.

No. No importa. Estoy segura de que sabrás encontrar las palabras adecuadas comenté con un deje ligeramente sarcástico.

Vi que Blake contestaba e inmediatamente le contó lo de mi transformación.

En cuanto pronunció la palabra “ratón”, Jack respondió con una réplica que no pude oír y luego con una carcajada que también involucró a Blake.

No sabría decir si eran risas de burla hacia mí o de alegría.

Siguieron más cumplidos y la llamada terminó.

¡Cuánta alegría! ¿Quieres hacerme reír a mí también? pregunté con cinismo y suspicacia.

Jack estaba muy contento por tu transformación. Eso es todo respondió Blake inmediatamente a la defensiva.

Seguro…

Bueno, si no me crees, puedes preguntárselo tú misma. Está aquí, detrás de la puerta delantera.

¿De verdad?

Corrí a abrir la puerta y, efectivamente, tras ella encontré un pequeño gato negro acurrucado, mirándome fijamente con sus hermosos ojos ámbar.

¡Mira, Blake, hay un gato callejero aquí fuera! jadeé, fingiendo sorpresa al encontrar a mi padre transformado en su forma animal.

El gato, a su vez, me sopló irritado y, sin siquiera maullar de saludo, entró en la casa.

En cuanto me di la vuelta, tras cerrar la puerta, me encontré frente a mi padre, que había vuelto a ser humano.

¡Lástima que no conservaras la transformación! ¡Habría disfrutado de la caza del ratón! exclamó Jack alegremente.

Qué gracioso respondí con ironía, todavía sobresaltada por los recuerdos de poco antes.

Entonces, ¿te alegras de haber conseguido finalmente completar la transformación?

¿De descubrir que soy un miserable ratón? ¡Para nada! afirmé con decisión.

Tendrás que acostumbrarte. Además, has tenido suerte. El ratón tiene grandes aptitudes: excelente oído, excelente paladar, excelentes instintos, viva inteligencia y es lo bastante pequeño como para poder colarse por cualquier sitio en caso de huida o ataque. ¡Enhorabuena, Vera! ¡Sabía que no me defraudarías! Al fin y al cabo, ¡eres mi hija! me expuso mi padre con orgullo y alegría, pero sobre todo con sinceridad.

Era la primera vez que veía a mi padre orgulloso de mí... ¡y era sincero!

Hacía menos de un año que le conocía. Antes de eso, él no sabía que tenía una hija y yo no sabía que tenía un padre que seguía vivo, es más, inmortal, teniendo en cuenta que llevaba tantos siglos viviendo en este planeta que él mismo había perdido la cuenta.

La inmortalidad, la pérdida de mi madre, quizá la única mujer en el mundo a la que había amado, y su naturaleza vampírica que con el tiempo enfriaba los sentimientos y extinguía la humanidad, no habían ayudado a nuestra ya precaria relación.

Criada por una antigua monja, según los principios básicos de la religión cristiana y la Orden de la Cruz Sangrienta, no me había resultado fácil tratar con él y su naturaleza poco convencional, hecha de cinismo, instintos de supervivencia y un pasado de incursiones y huidas de quienes le daban caza por su naturaleza diferente, que no casaba bien conmigo.

Nunca había creído en frases como “la sangre no miente”, pero en nuestro caso, así había sido.

Gracias a él, había descubierto que detrás de mi maltrecha y frágil salud se escondía una naturaleza vampírica mantenida en estado latente por la Orden, y cuando entré en contacto con ese mundo paralelo, redescubrí esa parte incomprendida de mí, esas raíces inexplicables que me hacían sentir diferente.

Blake y Jack habían dado sentido a mi existencia y la fuerza de los genes de mi padre estaba dentro de mí. La sentía, pero al mismo tiempo me asustaba e hice todo lo posible por reprimirla.

Temía que sin las riendas de mi tía Cecilia, de las que me había liberado al elegir vivir con Blake, me encontraría en un camino sin retorno.

Además, la libertad y la invitación a abrazar lo que había sido el Mal para mí hasta hacía un año, me fascinaban y al mismo tiempo me bloqueaban. Por eso había optado por continuar con mi dieta de sangre animal y me negaba a experimentar la embriaguez, como la llamaba mi padre, de alimentarme de la vena viva de un humano.

Es como una droga. Una vez que la pruebas, nunca puedes parar”, afirmaba Jack con los ojos brillantes de lujuria.

Fueron esas mismas palabras las que me detuvieron. Tenía demasiado miedo de no poder controlarme y hacer daño a alguien. Nunca me lo habría perdonado.

Por otro lado, estaba mi tía, que no hacía más que preocuparse por mí y advertirme contra mi padre y sus locas ideas vampíricas.

Tía Cecilia me había criado y amado toda mi vida. Nunca podría hacerle pasar un mal rato y arruinar todo lo que ella y Ahmed habían hecho por mí durante aquellos años, sacrificando sus propias vidas. Sin embargo, yo había cambiado. Ya no era la niña despistada e ingenua de un año antes.

Con esos pensamientos, observé a mi padre sonreír.

Era realmente guapo. Por su aspecto, conseguido gracias a una dieta demasiado rica en sangre humana para rejuvenecerse, nadie le habría dado más de treinta y cinco años, y tenía la clásica belleza hechizante del vampiro, capaz de embelesar cualquier corazón.

Al igual que Blake, tenía una mirada magnética y una sonrisa encantadora, con la que podía llevarte donde quisiera y doblegarte a su voluntad.

Afortunadamente, quizás por nuestros genes compartidos, yo era inmune a su encanto y poder, aunque no siempre era fácil plantarle cara.

¡Para celebrarlo, he pensado en hacerte un regalo! exclamó aún emocionado y encantado.

¿Un regalo? ¿Para mí? murmuré sorprendida.

Para ti y para Blake, por supuesto señaló Jack, entregándome una cajita forrada de terciopelo burdeos y bordada con una T invertida con un hilo negro, en la tapa.

Era una caja con forma de libro.

Dudé en levantar la tapa.

¿No será una bolsa de sangre humana, por casualidad? sospeché de inmediato.

¡Ábrela, desconfiada! —Me apremió Jack, desconcertado por mi vacilación.

Levanté la fina tapa. Dentro había dos tarjetas magnéticas chapadas en oro.

¿Son tarjetas de crédito? ¿Quieres dejarnos todo tu dinero? —Especulé con curiosidad.

Son pases, que abren la puerta a un maravilloso ático en la última planta de la Torre, y que conste que para conseguirlos tuve que desembolsar casi la mitad de mi fortuna señaló Jack, hinchando el pecho con orgullo.

¡Jack, no tenías que hacerlo! ¡Esto es demasiado! ¡Gracias! exclamó Blake exultante.

¿Qué es la Torre? pregunté con una mueca en la cara, imaginándome otro lugar gótico como el castillo de Melmore donde había acabado encerrada el año anterior.

¡Es el lugar más exclusivo del mundo! respondió Blake emocionado.

¡No pongas esa cara, pequeña! Te estoy ofreciendo una estancia de un año o más en el interior de la Torre, uno de los rascacielos más impresionantes de Nueva York explicó mi padre, irritado por mi ignorancia.

¿Nueva York? respondí gritando.

¡Sí, la ciudad que nunca duerme!

¡Vaya! alcancé a decir asombrada.

La Torre es un rascacielos que sirve de enorme centro vampírico. Se extiende en altura, pero también en anchura bajo tierra. En los pisos superiores hay viviendas, desde las que se disfruta de una vista espectacular. En los pisos inferiores hay oficinas de asesoramiento, aulas, gimnasios, salones de belleza, tiendas para hacer compras, un restaurante, dos bibliotecas, una general y otra para vampiros, la redacción de un periódico web, un centro de acogida para otras especies y un hospital. Bajo tierra hay centros de entrenamiento y vigilancia, centros de tratamiento y experimentación científica y, por último, asambleas políticas explicó Jack.

¿Y los rayos del sol? ¿Los vampiros no se queman viviendo allí? ¿O no hay ventanas? pregunté dubitativa.

El centro de experimentos creó, hace muchísimos años, un cristal a prueba de rayos solares, balas, bombas y terremotos.

Por eso, es el lugar más codiciado por todos los vampiros. Es una fortaleza a prueba de la Orden de la Cruz Sangrienta y de cualquier otro peligro intervino Blake.

¿Pero sabe la Orden que existe? pregunté repentinamente ansiosa.

Por supuesto, pero nadie se atrevería a poner un pie allí. Además, el presidente de la Torre es Samuel Forbes, una de las figuras más destacadas de la política internacional, además de estar entre los diez hombres más ricos del mundo. Samuel es inatacable y tiene el poder de destruirte por la pura fuerza de su pensamiento continuó Jack en tono admirativo.

¿Este Samuel Forbes es un vampiro? pregunté vacilante.

Oh, Forbes es mucho más que eso, pero no se me permite revelar los detalles.

En tu opinión, ¿es de fiar? ¿Le conoces bien?

Si no me equivoco, creo que es de mi época. Hace muchos siglos, hicimos un juramento de lealtad el uno al otro. Un pacto que siempre hemos respetado y que a menudo nos ha salvado la vida.

¿Por qué hicisteis ese juramento?

Porque entonces éramos dos desgraciados que habrían vendido hasta a su propia madre por una gota de sangre. Puedo decir que aquella fue una época muy oscura de mi vida y de la que ya no recuerdo nada murmuró Jack con la mirada perdida.

No me apetecía pedir más aclaraciones sobre el asunto y corrí a abrazarlo.

Gracias, papá dije, tropezando con la última palabra, que aún no estaba acostumbrada a pronunciar.

Él también correspondió a mi abrazo y, por un momento, percibí un aura de pena y profunda preocupación.

Intenté profundizar, pero Jack me apartó de inmediato.

¿Cuántas veces te he dicho que no espíes en el alma de los demás? Es peligroso me recordó, trayéndome a la memoria la última vez que había indagado en su mente, un don que había heredado de él. Me había castigado con la alucinación de estar rodeada de ratas repugnantes, caminando por encima de mí.

Un escalofrío recorrió mi espina dorsal ante el mero recuerdo.

¿Por qué este regalo? Ya tenemos casa y estamos bien aquí en Dublín pregunté intentando cambiar de tema.

Porque necesitas volver a estudiar y la Torre es ideal. Combina teorías humanas sencillas y básicas con el potencial y el ingenio vampírico... ¡y tú lo necesitas de verdad! aclaró mi padre con una sonrisa en los labios, que no lograba ocultar su malestar ante la mera idea de no tener una hija a su altura.

Además, allí estaréis a salvo susurró Jack con un velo de aprensión.

Aquí también lo estamos respondí convencida.

Vera, aún tienes que graduarte, potenciar tu capacidad de concentración y mejorar tus pésimas facultades mnemotécnicas[1] soltó disimulando su disgusto, que no pasó desapercibido ni para mí ni para Blake.

Vi cómo Blake se acercaba a mi padre y le tendía la mano en señal de agradecimiento, pero el vigor empleado en el apretón y la mirada amenazadora de Blake me hicieron comprender que entre ellos también había algo no dicho.

Tú ocúpate de hacer feliz a mi hija, yo me ocuparé del resto siseó Jack entre dientes, soltándose.

De repente sonó mi teléfono móvil.

Fui inmediatamente a contestarlo, dejando la habitación llena de tensión.

Era mi tía Cecilia.

¡Es tía Cecilia! exclamé feliz.

¿No tiene otra cosa que hacer que molestar a la gente? criticó mi padre, que sentía un profundo resentimiento hacia esa persona que, según él, había arruinado a su hija.

Mi tía nunca molesta a la gente y hace diez días que no sé nada de ella le justifiqué.

Cogí el móvil y subí al dormitorio.

¡Tía! respondí.

¡Vera, cariño! ¿Cómo estás? me dijo con voz cálida y cariñosa. Incluso podía sentir su delicada mano en mi cara.

Genial, ¿y tú? ¿Y Peter?

Peter está encerrado en su habitación con las persianas bajadas. Está harto del sol tunecino y de ser un refugiado. Yo, en cambio, estoy bien, ¡aunque te echo mucho de menos! Rio.

Yo también te echo de menos. Estoy deseando que vuelvas. ¿Cómo va la búsqueda de Ahmed?

Mi tía llevaba ya varios meses desaparecida. Acababa de empezar el nuevo año, cuando había partido hacia Susa en busca de Ahmed con Peter, el único vampiro con un corazón de oro que conocía.

Ahora era septiembre y seguía sin haber rastro de Ahmed. Estaba muy preocupada.

Me aterrorizaba que le hubiera ocurrido algo a la única persona con la que había compartido mi infancia sin engaños ni conspiraciones.

Ahmed era una especie de padre para mí. Siempre acudía a él cuando tenía algún problema de salud o alguna preocupación que me atormentaba y que quería ocultar a mi tía para no preocuparla.

A pesar de que durante diecisiete años Ahmed siempre había llevado una vida muy reservada, nunca había llegado a hacer grandes revelaciones sobre su pasado ni había sido un gran comunicador aún recordaba sus respuestas breves y concisas, que yo había aprendido a traducir en un largo diálogo silencioso, siempre había confiado ciegamente en él y, aunque a su manera, sabía que me quería como a una hija.

¡Lo hemos encontrado, Vera! ¡Ahmed! ¡Está aquí! estalló alegremente mi tía.

No me lo podía creer.

¿De verdad? pregunté para confirmarlo, aún incrédula ante la buena nueva.

¡Sí, sí! Está aquí, ¡te lo paso! exclamó mi tía, antes de pasarle el teléfono al hombre.

Oí su respiración tranquila al teléfono. Era él. Lo sabía.

Ahmed pronuncié con voz temblorosa por la emoción.

Vera susurró.

Estás vivo exterioricé, sintiéndome por fin libre de aquel peñasco que pesaba sobre mí desde la última vez que lo había visto en la granja, cuando mi existencia había cambiado para siempre y había tenido que abandonar mi vida y mis afectos. Había dejado a Ahmed solo en la granja, que poco después había sido atacada por un grupo de vampiros que me buscaban, y desde entonces no lo había vuelto a ver.

Aún recordaba el dolor que había sentido cuando me había dicho su despedida por última vez: “Adiós”.

Los ojos empezaron a arderme, pero me obligué a sonreír, sabiendo que él, al otro lado del teléfono, lo percibiría:

¿Cómo estás? Seguro que te duelen menos los huesos, lejos de la humedad irlandesa.

Dolor residual murmuró Ahmed tan escuetamente como siempre.

Me reí débilmente.

Lo siento mucho. Si vienes aquí, volveré a hacerte esas compresas de hierbas que siempre te aliviaban tanto.

Mañana pronunció solemnemente, dejándome adivinar que llegaría a Dublín al día siguiente.

¡Vera, cariño! Como ya te ha dicho Ahmed, saldremos dentro de unas horas y mañana, hacia la tarde, estaremos por fin en Dublín intervino alegremente mi tía Cecilia.

¡Me alegro mucho! exclamé emocionada. Prepararé una cena exquisita para vuestra llegada propuse de inmediato con brusquedad.

¿Estás segura? preguntó mi tía insegura.

Que sepas, que me he vuelto muy buena cocinando en los últimos meses me defendí rápidamente, omitiendo el hecho de que solo cocinaba comida precocinada y que había descubierto una fantástica tienda de delicatessen a pocos pasos del loft, en la que inmediatamente había pensado aprovisionarme, ya que sabía bien lo fanática de la comida fresca que era mi tía.

Vale, está bien. Cuando lleguemos al aeropuerto te mandamos un mensaje, ¿vale?

Hasta mañana entonces. Adiós.

Me despedí de ella y terminé la llamada. Lentamente y con una sonrisa en los labios, volví al salón, donde Blake y mi padre se habían acomodado en el sofá para hablar.

Era mi tía repetí emocionada.

¿Qué quería? ¿Se perdió en un zoco tunecino? Se rio Jack ácidamente.

No, ha encontrado a Ahmed le informé con reproche, con la esperanza de frenar su animadversión hacia mi tía.

¡Aleluya! Ya había perdido la esperanza. Espero que le guste tanto Susa que se quede allí para siempre continuó Jack aún más irritado.

Vuelve mañana lancé con indiferencia, cogiendo un poco de zumo de pomelo de la nevera.

¿Mañana? preguntó Jack en señal de confirmación, desconcertado ante la idea de enfrentarse a aquella insufrible mujer.

Sí.

¿Es necesario? intervino Blake en cuanto se recuperó de la impresión. Él también detestaba a la que siempre había estado en contra de nuestro romance.

Sí, Blake... y hasta la invité a cenar le advertí, puntuando bien las palabras como si le hablara a un niño.

A cenar... ¿dónde?

¿Dónde crees? Aquí, ¿dónde si no? resoplé impaciente ante su estupidez.

No te preocupes, Blake. Deja que disfrute de la cena con la lacra de su tía. Tú y yo, en cambio, nos vamos a dar una vuelta por Pandora’s intervino Jack.

Olvídate de eso. Mañana quiero reunir a toda la familia y presentarte a Ahmed repliqué al instante.

¿Tengo que hacerlo? preguntó Jack contrito.

Absolutamente sí afirmé con decisión, mirándole directamente a los ojos.

Entonces ya debes tener en mente una forma de conciliar nuestra dieta y la de tu tía y Ahmed. Eres una tonta si crees que vas a obligarme a comer vol-au-vents y insalata niçoise espetó mi padre, dejándome estupefacta. ¿Cómo sabía que estaba pensando en una cena francesa con volovanes y ensalada nizarda[2]? Estaba a punto de preguntarle, cuando se me anticipó.

Y todos esos otros manjares que tanto te gusta comprar en la tienda delicatessen de la esquina, ya que Blake me ha dicho de que eres un desastre en la cocina. Menos mal que soy vampiro y no tengo que engullir todo lo que preparas en nombre del afecto paternal.

Al principio, le envié una mirada llena de odio a Blake. ¿Cómo podía haberme criticado ante mi padre?

Blake apartó inmediatamente la mirada, culpable.

Finalmente, cedí. Jack tenía razón. ¿Cómo podía dejar que Jack, Peter y Blake se sentaran a la mesa con Ahmed, que no era más que un pobre hombre, completamente ignorante de la existencia de los vampiros?

Desde que mi tía había salido a buscarlo, había pensado mil veces en cómo enfrentarlo, qué decirle.

Tenía que saberlo. Quería que supiera sobre mí, sobre los vampiros y el legado de mi abuelo y por qué lo habíamos buscado todos estos meses.

Quería contárselo todo, darle las gracias por cuidar de mí, por no juzgarme nunca cuando me alimentaba de sangre animal cada tres semanas o cuando le pedía ayuda porque estaba enferma.

Por su parte nunca había habido un gesto de repulsión, de rencor, de odio, sino solo de comprensión y aceptación.

Ahora quería contarle toda la historia, decirle que había descubierto la verdad sobre mis padres y revelarle por fin que era una vampira.

Todo, sin embargo, con mucha calma. No quería alterarlo ni alejarlo, sino simplemente recuperar nuestra complicidad y recordar viejos tiempos.

¿Por qué no organizas un buffet? propuso Jack amablemente, al ver que aquella situación me hacía sentir mal.

¿Un buffet?

Sí, así no se notará mucho cuánto come uno y qué.

Asentí y le agradecí la idea.

Tras despedirnos, mi padre se marchó, pero antes de cerrar la puerta tras de sí, me recordó:

Piensa en mi propuesta de la Torre. Por desgracia, es un lugar muy exclusivo y me han pedido una respuesta muy rápida. Mañana por la noche deberás decirme si aceptas mi propuesta.

De acuerdo respondí pensativa. ¿Cómo iba a decirle a mi tía que Jack, el hombre al que más odiaba en el mundo, acababa de ofrecerme la oportunidad de irme a vivir y estudiar a la Torre, una guarida de vampiros elegidos, es decir, chupasangres sin escrúpulos ni humanidad, de los que mi tía había intentado toda la vida alejarme?



[1] Conjunto de técnicas de memorización y rememoración basada en la asociación mental de la información a memorizar con datos que ya sean parte de la memoria o de la práctica cotidiana.

[2] Es una ensalada típica de la región de Niza. Lleva lechuga, tomates, pimiento verde, judías verdes, cebolleta, patata, huevo, aceitunas, anchoas, alcaparras y atún.


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