martedì 7 gennaio 2020

Capitolo 6 di "Ti ho presa"


Lorenzo


Non riuscii a contenere un piccolo sorriso di trionfo quando vidi Mia Madison varcare la porta del Bridge.
Sapevo che aveva rifiutato il mio pass e che solo l’intervento di uno dei suoi amici l’aveva salvata. Nessuno era così pazzo da insultare un Orlando declinando un suo regalo, anche se a Mia non sembrava importare molto del mio cognome e del ruolo che ricopriva in questa città.
Il sorriso mi si aprì ancora di più quando la vidi togliersi la giacca leggera in lino bianca e mostrare un vestito azzurro, piuttosto accollato, anche se aveva una profonda scollatura sulla schiena, e con la gonna che le arrivava al ginocchio.
Il suo look casto, reso ancora più semplice dal make- up leggero e dalle tinte tenui, era un chiaro segno di come ci tenesse a non venire di nuovo scambiata per un’accompagnatrice.
Per un attimo il suo sguardo incrociò il mio.
Entrambi facemmo un lieve cenno con il capo in segno di saluto in direzione dell’altro, ma i suoi occhi rimasero incollati ai miei per una frazione di secondo di troppo per non farmi intuire che forse anche lei aveva pensato a me per tutta la settimana, com’era successo a me.
Era stato difficile cancellare dalla mente una donna che mi aveva detto che sembravo un avanzo di galera e che mi aveva sfidato così apertamente, nonostante la intimorissi.
Lasciai il mio sguardo scorrere lentamente su di lei alla ricerca di quella ragazza trasgressiva e disinibita, ma non sembrava essercene più traccia.
Era semplice e bellissima.
I suoi occhi azzurri con delle lievi sfumature viola risaltavano grazie all’ombretto lillà e le labbra piene erano appena colorate da un rossetto rosato.
A differenza della volta scorsa, ora sembrava molto più giovane. Non le davo più di venticinque anni e quel suo modo sempre aggraziato e raffinato con cui si muoveva, si sedeva e si portava alla bocca il Bellini che aveva ordinato… aveva qualcosa di sensuale e affascinante.
Avevo subito capito che aveva studiato e non era una semplice accompagnatrice quando le avevo parlato e ora, vedendola in tutta la sua semplicità, mi resi conto che era più di quanto lasciasse intendere. Tuttavia la sua timidezza e riservatezza che mostrava quando il ragazzo con cui parlava la toccava, mi faceva intuire che c’era qualcosa di strano in lei. Era come se temesse il contatto fisico, quasi come se le desse fastidio…
Anche con me era stata ritrosa, ma avevo letto paura nel suo sguardo, mentre ora leggevo irritazione e antipatia, seppur nascoste dietro a sorrisi affettati e gesti misurati ma poco incisivi per far tenere a posto le mani a quel ragazzo.
Mi godetti quel suo sforzo di contenere il nervosismo e di mostrare sempre una maschera di ragazza perbene, anche se sotto sotto era evidente che avrebbe voluto prendere a schiaffi il suo accompagnatore.
Dalla mia postazione rialzata, mi godetti tutto lo spettacolo, chiedendomi quanto ci avrebbe messo a perdere le staffe.
Inoltre la sua amica Chelsea non sembrava accorgersi di nulla, tanto era presa dalle effusioni con il ragazzo con cui stava già la settimana scorsa.
Ad un certo punto, l’accompagnatore di Mia si mise a giocare con i suoi lunghi capelli biondi.
A quanto pareva, quel gesto le diede molto fastidio perché scattò in piedi e con una scusa si diresse verso la toilette.
Stavo per rivolgere di nuovo l’attenzione al mio bicchiere, quando vidi il ragazzo seguirla in bagno.
Conoscevo quel sorriso arrogante e sapevo cosa sarebbe accaduto a breve.
Di norma avrei chiamato un cameriere per dirgli di intervenire, ma questa volta sentivo le mani prudermi e, se avessi scoperto ciò che temevo, non avrei esitato a prendere a pugni il malcapitato.
Con una certa nonchalance mi diressi verso la toilette delle donne.
La trovai chiusa.
Bussai e per tutta risposta sentii un urlo subito soffocato e qualcosa che cadeva per terra.
Non volevo sollevare uno scandalo o spaventare i miei clienti dato che la reputazione del locale era basata proprio sulla discrezione, pertanto evitai di prendere a spallate la porta o di gridare di aprire.
Chiamai subito Jacob, il mio vice, e mi feci portare le chiavi del bagno.
In un attimo il mio amico aprì la porta.
Mi fiondai nel bagno, mentre Jacob richiudeva la porta alle nostre spalle.
Mia era sdraiata a terra e aveva una guancia arrossata, mentre il ragazzo aveva la cerniera dei pantaloni aperta e le stava sopra, bloccandola per i polsi.
Scaraventai quel bastardo lontano e mi chinai su di lei.
Le scostai i capelli dal viso ma, appena le mie dita le sfiorarono la guancia, lei sussultò e si allontanò dal mio tocco terrorizzata.
Con mia sorpresa, vidi una ciocca scura sbucare dalla tempia e compresi che quella bionda era una parrucca.
«Mia, sono io, Lorenzo Orlando», le dissi lentamente, prendendola per le spalle scosse dai singhiozzi. «Vieni, ti aiuto ad alzarti.»
Guardò a lungo la mia mano tesa, come se fosse qualcosa di proibito e pericoloso, ma alla fine accettò il mio aiuto.
Con delicatezza la rimisi in piedi ma mi accorsi che doveva essersi presa una storta perché zoppicava e il cinturino della scarpa destra era strappato.
Prima che cadesse di nuovo, l’afferrai e la presi in braccio.
Era così disorientata e spaventata da quello che doveva esserle successo che non oppose resistenza e si rannicchiò tremante contro il mio petto.
Intanto Jacob si occupò del ragazzo.
«Se ti rivedo nel mio locale, ti faccio a pezzi», lo minacciai prima che Jacob lo cacciasse fuori dal locale.
Uscii dal bagno e notai alcuni clienti inviarci sguardi incuriositi. Solo l’amica di Mia sembrava sconvolta e corse da noi.
«Oh mio Dio… Cosa ti è successo?», urlò disperata, notando il viso arrossato della ragazza.
«Va tutto bene», cercò di rassicurarla lei.
«Non va bene. Non va bene per niente… Cazzo, sono morta se ti accade qualcosa!»
Quella frase mi allarmò perché sembrava davvero che Chelsea ci credesse.
Avrei voluto approfondire, ma Sebastian, il mio manager, si avvicinò.
«Dammi le chiavi di una stanza. La signorina si è fatta male e ha bisogno di riposare», gli chiesi.
«Le camere sono tutte impegnate», mi avvisò preoccupato.
«Allora la porterò nel mio appartamento», conclusi risoluto.
«No!», esclamarono all’unisono Mia e Chelsea.
«Non vi preoccupate. Non è mia abitudine salvare una donna da un tentato stupro per poi molestarla a mia volta. Sebastian, intanto chiama un medico e la polizia, così la cliente potrà sporgere denuncia.»
«No!», quasi urlarono nuovamente Mia e Chelsea.
«Non occorre… Sto bene e non è successo nulla. Credo sia meglio voltare pagina e non pensare più a questo inconveniente. Oltretutto non intendo sollevare uno scandalo che possa nuocere alla reputazione degli Orlando», si premurò di chiarire Mia in ansia.
Potevo sentire la puzza di guai dal panico che leggevo negli occhi delle due donne.
«Ok, come preferite», stabilii, avviandomi verso il secondo piano dove c’era il mio appartamento.
Portai Mia nella camera degli ospiti e la adagiai sul letto.
«Grazie», mi ringraziò timidamente.
«Ora puoi dirmi cos’è successo e cosa ti ha fatto quel ragazzo?», arrivai a ciò che mi premeva di più.
«Mi stavo rinfrescando quando è entrato nel bagno. Ha chiuso la porta. Mi sono arrabbiata e ha cominciato a spingermi. Ho perso l’equilibrio a causa dei tacchi alti e sono caduta procurandomi una storta alla caviglia destra. Pensavo che mi avrebbe aiutata e si sarebbe scusato… Invece mi è venuto addosso e ha cominciato a… toccarmi… a dirmi di smettere di fare la preziosa… ho cercato di colpirlo ma lui si è difeso e mi ha schiaffeggiata… Io… Io…»
«Poi?», sibilai tentando di tenere a freno la furia che mi stava inondando la mente.
«Mi ha alzato la gonna e si è aperto la patta dei pantaloni… proprio in quel momento hai bussato dicendo di aprire la porta. Ho cercato di urlare ma mi ha tappato la bocca. Ho provato a liberarmi ma senza riuscirci e alla fine sei entrato… Grazie per essere intervenuto», balbettò Mia ancora provata.
«Era mio dovere. Nessuno può permettersi di fare certe cose in casa mia o di molestare i miei clienti», risposi cercando di rimanere distaccato, anche se in realtà ero così furioso che avevo solo voglia di spaccare la faccia a quel figlio di puttana.
«Lorenzo», mi chiamò Sebastian.
«Vi lascio sole. Arrivo subito», mi congedai dalle due ragazze, uscendo dalla camera con il mio manager.
«In bagno c’era questa», mi disse Sebastian porgendomi la pochette di Mia. «Stai attento, Lorenzo. Non mi fido di quelle due.»
«Nemmeno io. C’è qualcosa sotto.»
«Forse potrai trovare qualche risposta qui dentro», mi suggerì aprendo la borsetta.
Mi girai di schiena per non farmi vedere dalle ragazze, dato che avevo lasciato la porta aperta.
Rovistai nella pochette e rimasi di sasso.
Dentro c’erano solo duecento dollari sparsi e la carta d’identità di Mia Madison.
Guardai meglio il documento.
Falso!
Mi scambiai un’occhiata con Sebastian che mi fece un cenno del capo per farmi capire che l’aveva notato anche lui.
«Quale donna esce di casa senza il cellulare?», mi disse con il suo solito tono indagatore.
«Una che non vuole essere rintracciata o che è troppo povera per permetterselo.»
«Opterei per la prima ipotesi dato che il vestito che indossa non è uscito dai grandi magazzini.»
«Direi proprio di no», sibilai nervosamente.
«Che facciamo?»
«Ci penso io. Tu intanto chiama quel nuovo lavapiatti che abbiamo assunto il mese scorso. Aveva detto che si stava laureando in fisioterapia. Fallo venire qui per capire se la cara Mia Madison si è fatta realmente male o se è tutta una messinscena. E poi cerca informazioni su di lei. C’è scritto che è di Los Angeles. Scopriamo se è vero almeno questo.»
«Ho dei contatti lì.»
«Usali e poi vieni a riferirmi cos’hai scoperto.»
«E cosa facciamo con il molestatore?»
«Scopri chi è e distruggilo. Fagli desiderare di sparire dalla faccia della Terra, specialmente da Rockart City», decisi ancora furioso. Avrei fatto qualsiasi cosa per rovinargli la carriera o la vita. Solo l’esilio dalla città avrebbe potuto salvarlo.
«Agli ordini!»
Come un fulmine, Sebastian si diede da fare.
Stavo per tornare nella stanza, quando sentii Chelsea arrabbiarsi con Mia.
«Ti prego, alzati. Ti porto in braccio fino a casa se necessario.»
«No. Te l’ho già spiegato.»
«Non puoi farmi questo! Io… io… Cazzo, non doveva succedere una cosa simile. È tutta colpa mia!»
«Non dire sciocchezze.»
«Non avrei mai dovuto convincerti a venire con me.»
«Chelsea, va tutto bene», cercò di calmarla l’amica.
«Smettila di dire che va tutto bene!», gridò la ragazza in preda all’isteria.
Prima che la cosa potesse degenerare, entrai in camera.
In un attimo le due donne tacquero.
«Come stai, Mia?», domandai.
«Ho un po’ male alla caviglia ma sto bene. Sono solo ancora scossa per ciò che è successo», mi rispose mostrandomi la caviglia gonfia.
Per fortuna il mio lavapiatti, Randy, arrivò subito.
Lo presentai e Mia si lasciò toccare, mentre l’amica andava al bagno a prendere un asciugamano bagnato per metterglielo sulla guancia e far andare via il rossore.
«Non sono un medico e sono solo al penultimo anno di fisioterapia ma la caviglia non mi sembra rotta. Con del ghiaccio dovrebbe sgonfiarsi e, stando a riposo per un paio di giorni, dovrebbe tornare a posto. Certo, sarebbe meglio fare una radiografia…», spiegò Randy.
«Sono sicura che un po’ di ghiaccio risolverà tutto», lo rassicurò Mia.
In breve, Randy medicò Mia e io approfittai dell’assenza di Chelsea, occupata con Sebastian che era interessato a conoscere il nome del molestatore, per rimanere da solo con Mia.
«Va meglio adesso?», le domandai cauto, sedendomi sul bordo del letto accanto a lei.
«Sì, grazie. Sono mortificata per il disagio che le sto causando», mi rispose la ragazza tornando ad essere formale. A quanto pareva lo shock era stato superato e stava tornando a riprendere il controllo di se stessa.
«Diamoci del tu.»
«Ok», sussurrò flebile Mia poco entusiasta.
«Ti ho riportato la borsa», le dissi posando la pochette sul letto.
«Grazie.»
«Vuoi che avvisi la tua famiglia?»
«No.»
«Vuoi che ti porti a casa? Se mi dai l’indirizzo, posso…»
«Non è necessario», si spazientì Mia. «Ma se per te la mia presenza è un grosso disturbo, allora me ne andrò subito.»
«Sei mia ospite e puoi restare quanto vorrai.»
«Ho solo bisogno di riposarmi qualche minuto», mormorò dolorante e sfinita Mia, chiudendo gli occhi.
«Prenditi tutto il tempo che ti serve.»
Non mi rispose nemmeno.
Si era addormentata.

VUOI PROSEGUIRE LA LETTURA? 

SI?

ALLORA DOVRAI ACQUISTARE IL ROMANZO CHE SARA' DISPONIBILE DAL 12 GENNAIO 2020 SU AMAZON CON L'OPZIONE KINDLE UNLIMITED PER 3 MESI E POI SU TUTTI GLI STORE! 

 

Capitolo 5 di "Ti ho presa"


Ginevra


Avevo pensato a Lorenzo Orlando per tutta la settimana.
Avevo letto libri, visitato gallerie d’arte, partecipato a una riunione sui diritti civili, ma era come se tutto fosse insignificante e privo di emozioni.
Solo quando ripensavo a Lorenzo, a ciò che gli avevo detto, mi sentivo di nuovo viva ed elettrizzata.
Era incredibile!
Ero stata tentata di chiedere a Maya di riportarmi oltre il fiume, ma non avevo osato fare una simile proposta apertamente.
Dentro di me avevo ancora la consapevolezza di quanto fosse sbagliato ciò che avevo fatto e del pericolo che avevo corso. Eppure era stato proprio quello a tenermi viva in quei giorni.
Mi bastava chiudere gli occhi per risentire la voce calda, profonda, lievemente arrochita di Lorenzo.
Per non parlare dei suoi capelli castani disordinati che facevano venire voglia di passarci le dita in mezzo.
O la sua barba lievemente incolta.
Non avevo mai toccato un uomo. Nemmeno mio padre o mio fratello.
Una parte di me avrebbe voluto accarezzargli il viso per sentire cosa si provava a sfiorare quella peluria ruvida e non rasata di fresco.
Oh Dio, toccarlo…
Mi si spezzava il respiro ogni volta che ci pensavo.
L’idea mi eccitava e mi atterriva contemporaneamente.
Toccare un Orlando era proibito!
Ancora mi sembrava di sentire il calore della sua mano sul mio braccio.
Eppure avrei pagato per provare di nuovo quella sensazione.
E i suoi occhi…
Oh Dio, Ginevra, calmati!
«Ginevra, vuoi tagliarti? Si può sapere a cosa stai pensando?», sbottò Maya scalciandomi fuori dai miei pensieri.
«A niente», mi affrettai a dire continuando ad affettare le cipolle.
«Non ti credo.»
«Stavo pensando a cosa prepararti. Spero che la pasta al ragù di seitan ti piaccia», risposi prontamente, mettendo a soffriggere la cipolla insieme al sedano e alle carote.
«Lo scoprirò presto, ma confido in te. Sei un’ottima cuoca, anche se trovo vergognoso che i tuoi genitori non ti diano una domestica o un aiuto per fare questi lavori.»
«Mio padre è stato chiaro: finché non la smetterò con la mia dieta vegetariana e con questa fissa per i diritti civili, rimarrò segregata in questa dependance e dovrò arrangiarmi da sola. Ormai sono diventata una casalinga esperta.»
«Passi anche l’aspirapolvere?», mi domandò Maya disgustata.
«Sì. Cucino, lavo, stiro e mi rifaccio il letto da sola.»
«Cavolo! Io non potrei mai! Ti trattano come una schiava!»
«Non dire assurdità. Sono diventata indipendente e non faccio nulla che la maggior parte delle persone non faccia tutti i giorni. Non tutti possono permettersi dei dipendenti che ti sostituiscano in tutto, sai?»
«E a te sta bene così?»
«Sì», mormorai mogia. In realtà non m’interessava dover pulire la casa o cucinare per me. Ciò che mi faceva stare male era che la mia famiglia non mi volesse più, non accettasse la mia diversità e non mostrasse un minimo interesse nei miei confronti.
Quelle poche volte che stavo con la mia famiglia era sempre una sofferenza, perché mi parlavano sopra, non mi lasciavano intavolare un discorso e peggio ancora, si rifiutavano di chiedere allo chef di preparare del cibo a parte per me.
Mi sentivo spesso sola e ormai erano quasi tre anni che venivo esclusa e trattata senza rispetto.
Anche quel mio trasferimento in quella dependance era l’ennesimo tentativo di isolarmi per evitare che facessi parte della loro vita familiare.
Pure mia sorella Rosa mi evitava e, da quando si era sposata, aveva anche smesso di telefonarmi.
Con mio fratello Fernando non avevo mai avuto un bel rapporto e non avevo mai patito la distanza che aveva messo tra noi due. Per il fatto che fosse il primogenito, avesse dieci anni più di me e fosse il diretto erede dell’impero di papà, si permetteva di fare il despota con chiunque.
«Ascolta, mi ha telefonato Lucky. Ha il tuo pass. A quanto pare ha provato ad andare al Bridge con i suoi amici, ma gli hanno detto che la tessera è nominativa e che senza di te non poteva entrare. Mi ha chiesto se stasera ci andrebbe di ritornarci con lui e un suo amico che vorrebbe presentarti. Mi ha fatto vedere una sua foto. È un bel ragazzo! Magari potrebbe nascere qualcosa, non credi?»
Ripensai a Lorenzo.
Non l’avrei mai ammesso, ma avevo una voglia matta di rivederlo.
«Ok», risposi lasciando basita Maya.
«Sul serio? Cioè, mi fa piacere, ma ero convinta che non volessi più saperne del Bridge e degli Orlando dopo quello che è successo sabato scorso.»
«Ho bisogno di cambiare aria.»
«Una volta, quando volevi cambiare aria mi chiedevi di andare al cottage di mio nonno in montagna. Mentre ora mi stai dicendo che vuoi tornare nella tana del lupo. Mi sa che ti ho contagiata con la mia follia di fare cose proibite.»
«Può darsi», sorrisi allegra.

VUOI LEGGERE ANCHE IL CAPITOLO 6? CLICCA QUI.