giovedì 18 luglio 2019

Primo capitolo in anteprima di "Il mio uragano sei tu"


LUCAS




Princeton, Kentucky – 28.09.2010


Un uragano.
Questo aveva pensato Lucas di fronte alla spavalderia della sconosciuta che si era interposta tra lui e suo padre.
«Prova ancora a picchiarlo e ti denuncio!», urlò quel tornado furioso, facendo sobbalzare lo stesso Lucas, che aveva ancora la mano premuta sulla guancia gonfia e arrossata per l’ultimo schiaffo appena ricevuto.
L’uomo rise sonoramente di fronte a quella stupida minaccia. Quel suono così roco e graffiante fece venire i brividi a Lucas per tutta la schiena, spingendolo a nascondersi vigliaccamente dietro l’alta schiena della sua salvatrice che, a quanto pareva, non sembrava assolutamente spaventata da quell’atteggiamento fintamente divertito di suo padre.
Tuttavia Lucas lo conosceva bene e sapeva cosa arrivava dopo quella risata baritonale e ancora di più dopo simili minacce così poco velate.
In un impeto di coraggio, afferrò lo zaino della sua salvatrice e provò a tirarlo lontano prima che suo padre perdesse nuovamente le staffe e potesse alzare le mani o, peggio, la cinghia dei pantaloni, anche su di lei.
«Stai bene attenta a quello che dici, mocciosa», l’avvertì l’uomo improvvisamente serio, avvicinandosi ancora di più.
«Sei tu che devi stare attento a ciò che fai o lo dirò a mia madre e lei ti spedirà in galera insieme a tutti quei genitori violenti che picchiano i figli», lo sfidò di nuovo la bambina con la sua voce tenera ma nello stesso tempo forte e determinata a non lasciarsi spaventare da quel parassita.
«Che cos’hai detto?», s’infuriò l’uomo, chinandosi su quella piccola creatura che storse il naso di fronte all’alitata di alcol che gli uscì dalla bocca.
E poi arrivò il sospiro di suo padre. Quel sospiro che Lucas conosceva bene: quel sibilo vibrante e teso che terminava sempre con un gesto violento contro qualsiasi cosa si trovasse nei paraggi.
Con un’occhiata furtiva scrutò il viso fiero e perfetto di quella bambina che non si era mossa nemmeno di un centimetro, continuando a proteggerlo e a tenerlo al sicuro dietro la sua schiena leggermente ingobbita dal peso dei libri nello zaino.
I suoi occhi si soffermarono sulle sue guance così rosee e perfette, sulla sua bocca piccola, a forma di cuore, priva di cicatrici o segni di violenza.
Aveva dei lineamenti un po’ strani, secondo Lucas, ma nello stesso tempo curiosi e lui desiderò di poterla vedere meglio in faccia, ma il respiro affannato e tremante di suo padre ebbe la meglio.
Soffocando la paura e quei gemiti di dolore che gli uscivano sempre incontrollabilmente dalla bocca, si fece coraggio e con una forza a lui sconosciuta riuscì a spingere di fianco la sua salvatrice appena in tempo, prima che la mano di suo padre volasse impietosa sulle guance della fanciulla.
«Lasciala stare!», gridò il figlioletto, raccogliendo tutte le sue forze in un grido disperato. Sapeva che contro suo padre non poteva nulla, ma giurò a se stesso che avrebbe fatto il possibile per proteggere quell’innocente che aveva avuto la stoltezza di affrontare l’irascibile e potente Darren Scott.
«Tu non mi dai ordini, hai capito? Sei solo uno stupido bambino che farà la stessa fine di quella fallita di sua madre!», s’irritò suo padre, afferrandolo per il bavero della giacchina.
Erano passati solo pochi mesi dal giorno in cui aveva trovato sua madre addormentata nella vasca da bagno piena d’acqua.
All’inizio era rimasto sconcertato di trovare sua madre completamente vestita nella vasca, ma poi, quando era arrivato suo padre, tutto aveva assunto un altro significato.
Ancora adesso faceva fatica a riordinare i ricordi. Rammentava a tratti solo le urla di dolore e rabbia di suo padre, mentre tirava la moglie fuori dall’acqua e la domestica Rosalinda che piangeva e gridava che quella casa era maledetta, mentre correva a chiamare l’ambulanza.
Poi tutto era diventato nebuloso fino al funerale di sua madre.
Non sapeva se aveva pianto, ma ricordava che quella sera di ritorno dal cimitero, suo padre si era ubriacato più del solito e aveva cominciato a inveire contro di lui, dicendogli che era un fallito come sua madre così codarda da arrivare a suicidarsi, lasciandolo solo ad accudire un figlio che non aveva mai voluto e che poteva essere un bastardo per quel che ne sapeva, visto il passato scabroso e libertino di quella serpe che si era sposato dieci anni prima.
Quella notte, chiuso in camera e nascosto sotto le lenzuola, aveva cominciato a tremare e a chiamare invano la madre, sperando che venisse in suo soccorso.
Purtroppo il suo sogno non si era esaudito, come del resto non era mai successo nemmeno quando lei era in vita, e non gli era rimasto che piangere fino a farsi venire male alla pancia e alla testa.
Ora, quelle frasi di suo padre lo colpirono con la stessa violenza di quella notte.
Si morse il labbro inferiore per non piangere, ma alla fine le lacrime riuscirono a sgorgare copiose.
«Papà, non farle male. Per favore», lo pregò, singhiozzando e nascondendo il viso con la manica della giacca per non farsi vedere da quella bambina che aveva più coraggio di lui.
«Mio figlio che piange per una femmina! Questa è nuova! Sei uno smidollato. Sai cosa ti dico? Ci torni da solo a casa, così impari a disubbidirmi e a metterti contro di me!», decise l’uomo, girando i tacchi e avviandosi alla macchina con passo malfermo a causa dei troppi drink del pomeriggio.
«Aspetta, papà», provò a fermarlo Lucas spaventato all’idea di tornare a casa da solo, ma il padre era già arrivato alla portiera e, senza degnarlo di un’occhiata, entrò in auto e partì, lasciando il figlio di nove anni, tremante e in lacrime sul ciglio della strada.
«Stai tranquillo. Ti porta a casa mia mamma con la macchina», cercò di calmarlo la bambina, che era rimasta in disparte a osservare tutta la scena.
La sua voce dolce e gentile riuscì a lenire le sofferenze di Lucas che smise di piangere.
Senza dire una parola, sentì la mano calda e morbida della ragazzina prendere la sua fredda e tremolante.
Con la vista ancora annebbiata dalle lacrime, si lasciò trascinare verso la fontana che c’era nel parco giochi deserto della scuola.
La vide tirare fuori dal suo grembiule rosa un fazzoletto di Hello Kitty e bagnarlo sotto il getto della piccola fontana.
Poi, con una delicatezza a lui sconosciuta, la sentì mentre gli passava il tessuto bagnato e fresco sulle guance e sugli occhi.
«La mia mamma mi fa sempre lavare gli occhi dopo aver pianto per non farli diventare gonfi e rossi», gli spiegò dolcemente, continuando a inzuppargli gli occhi con il tessuto intriso d’acqua.
Quando la bambina reputò abbastanza soddisfacente quella pulizia, prese dallo zaino un altro fazzoletto pulito e stirato. Lo aprì e gentilmente lo usò per asciugargli il viso.
Inebetito e goduto per quelle coccole inaspettate e rilassanti, si lasciò lavare e asciugare, immobile come una bambola.
Il pungente vento autunnale soffiava forte quel pomeriggio, ma Lucas si ritrovò a sorridere felice per quell’ennesima carezza che anche il cielo aveva voluto regalargli.
Sereno come non si era sentito da mesi, aprì gli occhi e finalmente riuscì a guardare in faccia la sua salvatrice, quell’uragano che in quel momento si era trasformato in una fresca brezza primaverile con i suoi gesti gentili e delicati.
La guardò a lungo, finché la memoria non gli riportò in mente il nome di quella bambina: Kira. Era la nuova arrivata e sedeva in terza fila dietro di lui in classe.
«Hai la faccia strana», commentò Lucas, facendo scorrere lo sguardo su quella ragazzina che lo superava abbondantemente di oltre dieci centimetri in altezza. Anche se era magra e molto alta, aveva un viso largo e rotondo che spiccava sopra quell’esile corpicino piegato dal peso dello zaino.
La sua pelle era molto chiara, ma le guance erano arrossate dal freddo e la piccola bocca a cuore era stretta e tesa per la concentrazione che stava usando per piegare i due fazzoletti.
Lucas si soffermò incuriosito su quelle labbra così piccole e carnose, chiedendosi se riuscisse a mangiare qualcosa di più grande di una briciola.
Ma la parte che più lo affascinava erano gli occhi leggermente semichiusi e con una strana piega a mandorla. Anche se nascosti sotto la frangetta nera, dritta e un po’ troppo lunga, riuscì a scorgere due fiammanti occhi marroni con riflessi verdi scuri che gli ricordavano i boschi di Westurian Lake, dove suo padre aveva una casa, che avevano usato fino a due anni prima per trascorrere l’estate.
Con un moto di stizza e uno sbuffo che ricacciò la frangetta all’indietro, la bambina lo guardò lievemente offesa.
«E tu sei basso per essere un maschio», ribatté la bambina, incrociando le braccia.
«Non sembri americana», cercò di spiegarsi Lucas, incespicando nelle parole.
«Scusa, ma dov’eri stamattina quando la maestra mi ha presentato alla classe?»
Lucas non osò rivelarle che si era addormentato perché suo padre l’aveva tenuto sveglio tutta la notte con i suoi brontolii da ubriaco.
Con le mani sui fianchi in un gesto di sfida e riempiendo i polmoni con un grosso respiro, la ragazzina riassunse il suo discorso di quella mattina, sperando che questa volta si sarebbe impresso a fuoco nella mente del nuovo compagno di classe.
«Mi chiamo Kira Yoshida. Ho nove anni. Mio padre è giapponese e lavora per l’esercito, mentre mia madre è americana ed è un’assistente sociale.»
«Ecco perché hai la faccia strana. Sei giapponese», esclamò contento Lucas.
«Non ho la faccia strana! La mamma dice che ho i lineamenti del viso di mio papà, ma il colore degli occhi e il carattere suoi. Comunque, stavo dicendo che sono per metà giapponese e per metà americana. So parlare bene sia il giapponese sia l’inglese e ho frequentato la Scuola Internazionale a Tokyo, finché non hanno trasferito mio padre qui per quattro anni, per addestrare le nuove reclute per la vigilanza nelle ambasciate americane nel mondo. La mamma non voleva rimanere da sola a Tokyo, così ci siamo trasferiti con papà, anche se in realtà lui non c’è quasi mai. Sono brava a scuola anche se sono più capace a scrivere ideogrammi giapponesi, invece che la vostra scrittura, ma la mamma dice che io sono una che impara in fretta e ho già deciso che da grande diventerò anch’io un’assistente sociale. A Tokyo facevo parte del club di basket, anche se in realtà non mi è mai piaciuto come sport. Io odio gli sport e adoro guardare i cartoni animati e leggere manga.»
«Che cosa sono i manga?»
«Fumetti», spiegò Kira contrariata dall’ignoranza di Lucas.
«Anche a me piacciono i fumetti!», si rallegrò il bambino.
«Allora te li impresto.»
«Davvero?», rimase stupito Lucas, dato che nessuno in città voleva avere a che fare con lui e tantomeno con il padre.
«Ma certo! Siamo amici, no?»
Amici.
Quella parola ebbe l’effetto di un vero tuffo al cuore per Lucas.
Lui non aveva amici.
Nessun bambino si era mai avvicinato a lui per paura di incappare nel potente e malvagio Darren Scott. Anche tutti i genitori e gli insegnanti erano intimoriti dalla presenza di suo padre e lui aveva capito in fretta che nessuno sarebbe mai stato amico suo. Né ora, né mai.
Ed ecco che invece quel giorno era entrata nella sua vita l’uragano Kira. Il cognome non se lo ricordava più. Era troppo difficile da pronunciare.
«Oh, Dio! Kira, eccomi! Scusa, scusa, scusa, scusa!», si agitò una donna, correndo verso di loro senza fiato.
«Mamma!», esclamò felice Kira, correndole incontro per abbracciarla.
Vedere quella scena fece tornare gli occhi umidi a Lucas che non aveva mai potuto godere dell’affetto di sua madre, che quando era in vita si divideva tra un cocktail e una pastiglia per dormire, quando non veniva attaccata dai deliri folli di gelosia del marito.
«Tesoro, scusa se ho fatto tardi il tuo primo giorno di scuola, ma stamattina mi hanno assunta e ho subito dovuto sbrigare alcune pratiche che ho dovuto portare al Tribunale dei minori prima di venire da te. Ho trovato una marea di traffico e ho fatto il prima possibile. Scusami.»
«Non importa, però dobbiamo portare a casa Lucas. Suo padre l’ha picchiato e poi l’ha abbandonato qui», le rispose la figlia con la sua tipica schiettezza genuina ma spietata, che colpì come uno schiaffo sia Lucas sia la madre.
«Kira, sono accuse serie», l’ammonì la madre che passava già tutta la sua vita lavorativa a combattere contro maltrattamenti o problematiche familiari difficili da superare senza l’aiuto di un assistente sociale.
«Lo devi denunciare alle autorità, fare un’ingiunzione e spedirlo dietro le sbarre», si scaldò la bambina, ripetendo per filo e per segno le parole che aveva sentito in tv la sera prima.
«La prossima volta, ti scordi di guardare Law & Order con me», comprese sua madre, prima di avvicinarsi al bambino. «E tu devi essere Lucas, giusto? Io mi chiamo Elizabeth Madis e sono la mamma di Kira.»
Lucas annuì timidamente di fronte a quella donna sorridente e dallo sguardo dolce e coraggioso di colore verde. Kira aveva ragione: aveva gli stessi occhi di sua madre, ma per il resto, non si assomigliavano molto. I capelli corvini e lucenti di Kira contrastavano con quelli caramellati e ondulati della madre.
«Kira dice che il tuo papà ti ha picchiato. È vero?», gli chiese delicatamente.
«Sì, è vero. Aveva tutta la guancia rossa», s’intromise Kira, guadagnandosi un’occhiataccia di sua madre.
«Capita», sussurrò appena Lucas a disagio. Non voleva neanche pensare a cosa avrebbe detto suo padre se avesse saputo di quella conversazione.
«Capisco. E ora dov’è?»
«A casa. Era arrabbiato.»
«E tua madre?»
Lucas ci mise vari secondi prima di rispondere. «Non c’è più.»
«Mi dispiace tanto, tesoro», lo confortò subito la donna, accarezzandogli il viso. «Ti ricordi l’indirizzo di casa tua? Se vuoi, ti portiamo. Ho la macchina parcheggiata fuori dal cancello.»
Lucas sorrise riconoscente. Qualcuno era venuto a salvarlo.
Guardò di nuovo la donna e le sembrò un angelo.
«Questo zaino dev’essere pesantissimo, Lucas. Dallo a me così lo metto sul sedile posteriore», si offrì la donna.
Il bambino si voltò ed Elizabeth riuscì a sfilargli lo zaino dalle spalle, ma nel farlo gli afferrò anche la giacchina e la maglietta tirando tutto in su.
«Oh, lo zaino si è impigliato nei vestiti. Aspetta che ti libero», gli mentì Elizabeth, abbassandosi verso il bambino ignaro di avere appena messo in evidenza un lungo segno violaceo che gli scorreva da fianco a fianco. Il segno della cinghiata di tre giorni prima.
Gli occhi a fessura e le labbra strette fino a sbiancarsi fecero indietreggiare Kira che sapeva che quell’espressione era il preludio di una sgridata terribile, ma quando la madre si rialzò, tornò inaspettatamente sorridente, confondendo la figlia.
«Andiamo a casa, però prima che ne dite di un bel gelato o una fetta di torta al Chocoly?», esclamò felice la donna, facendo sussultare di gioia Kira che aveva conosciuto quel locale proprio il giorno del loro arrivo, quando sua madre le aveva fatto prendere il gelato più grosso del mondo e pieno di caramelle e biscotti.
Anche Lucas conosceva quel posto ma non ci era mai entrato.
Arrivati all’auto, Elizabeth si avviò subito verso il locale, dove lasciò libero sfogo sui dolci ai due bambini che si ubriacarono di caramelle, biscotti, muffin e panna, mentre lei si rintanò nel luogo più appartato del bar per fare alcune telefonate urgenti su ciò che aveva appena visto sulla schiena di quel bambino.
Lucas mangiò fino a scoppiare sotto lo sguardo attento e felice della donna che lo accusava di essere troppo piccolo e magro per la sua età.
Quando fu ora di tornare a casa, a malincuore Lucas entrò in macchina e diede il suo indirizzo a Elizabeth che impostò subito il navigatore, dato che non aveva ancora piena padronanza delle strade di Princeton.
«E tuo padre voleva farti fare otto chilometri a piedi?», sbottò Elizabeth nervosa di fronte alle indicazioni del navigatore.
Lucas rimase in silenzio, chiedendosi se otto chilometri fossero tanti.
Fortunatamente ci fu Kira a distrarlo e il tragitto fino a casa trascorse allegramente.
Purtroppo, però, appena l’enorme villa di suo padre comparve dal finestrino dell’auto, ogni sorriso scomparve dal viso di Lucas.
Quando il cancello si aprì, il bambino si ritrovò a tremare, chiedendosi come avrebbe reagito suo padre se avesse saputo che cosa aveva fatto.
«Bambini, aspettatemi qui!», ordinò Elizabeth, scendendo dalla macchina e avviandosi verso la porta d’ingresso che si era appena spalancata per lasciar uscire l’imponente figura di Darren Scott.
«Signor Scott, presumo.»
«Sì, e lei chi è?»
«Mi chiamo Elizabeth Madis. Ho trovato suo figlio a scuola da solo, fuori dall’orario scolastico. Ho preso Lucas e l’ho portato a casa.»
«Bene e ora se ne vada.»
«No!»
«No? Cosa vuole? Soldi? Non gliel’ho chiesto io di portarlo a casa! Poteva venirci a piedi per quel che mi riguarda!»
«Ma non si vergogna? Sono quasi otto chilometri! Come pretende che un bambino di nove anni si faccia tutta questa camminata e per di più da solo!»
«E chi è lei per dirmi cosa posso o non posso fare a mio figlio?»
«Sono un’assistente sociale e l’avviso che ci sono tutti gli estremi per toglierle definitivamente l’affidamento di suo figlio: abbandono di minore, violenza fisica e molto probabilmente anche psicologica, inoltre il bambino sembra denutrito… eppure non mi sembra che lei viva poveramente!»
«Come osa venire in casa mia a insultarmi?», esplose l’uomo, scagliandosi sulla donna per poi fermarsi a pochi centimetri dal suo viso.
«Lei è ubriaco», constatò la donna dalle zaffate di alito che le arrivavano in faccia.
«Se ne vada o chiamo la polizia e le faccio perdere il posto. La farò bandire per sempre da questa città», la minacciò.
«Lei non mi fa paura. E sappia che nei prossimi giorni le farò arrivare un controllo sanitario e un mio collega a controllare che su Lucas non ci siano altri segni di violenza o la faccio sbattere in galera. Mi sono spiegata?», continuò lei imperterrita e decisa ad averla vinta.
«Fuori da casa mia!», le urlò addosso, facendo spaventare lo stesso Lucas che prese in fretta il suo zaino e si fiondò fuori dall’auto per correre in casa e mettere fine a quella lite.
«A presto, signor Scott», lo salutò Elizabeth con un velo di minaccia, prima di risalire in macchina e andarsene.
Quando l’auto uscì dall’immensa proprietà, Darren tornò in casa dove trovò il figlio spaventato e singhiozzante.
«Mi hai portato a casa un’assistente sociale, piccolo bastardo!», tuonò l’uomo furioso contro il figlio.
«Non lo sapevo», sussurrò appena il bambino già pronto a pagarne le conseguenze.
«Quella puttana pensa davvero di potermi sfidare e minacciare… nella mia città!? Me la pagherà! E per quanto riguarda te, non potrò colpirti per i prossimi giorni, ma sta certo che pagherai anche tu per ciò che hai fatto! E ora fila in camera tua! Stasera ti scordi la cena così impari a portarmi feccia in casa.»
Lucas non se lo fece ripetere due volte.
Come un razzo volò verso la sua camera, ringraziando a bassa voce Kira e sua madre per la speciale merenda golosa che gli avevano offerto. Aveva ancora lo stomaco pieno e con sollievo si tuffò sotto le lenzuola, pregando che la mattina arrivasse presto.
Voleva rivedere Kira, la sua amica speciale, quell’uragano con la bocca a forma di cuore e gli occhi verde bosco, che gli aveva rivoluzionato la giornata e che in cuor suo sapeva che gli avrebbe presto cambiato la vita.


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